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La sacralità della danza

a cura di Giulia Mion

Oggigiorno si tende a pensare alla danza primariamente come una forma di intrattenimento o un modo per socializzare. Tuttavia ci fu un tempo nel quale la danza era considerata la più alta espressione di comunicazione con il divino, una parte del viaggio di celebrazione della vita, delle stagioni, del ritmo dell’anno e della vita in tutte le sue manifestazioni.

Il mistero della vita veniva attribuito alla grande Madre, la Dea, colei che tutto crea, trasforma, distrugge e fa rinascere.
Al culto della Dea ci ricolleghiamo grazie alla scoperta di numerosi reperti (statuette, oggetti, pitture parietali) che provengono da ogni parte del mondo.
La “Venere” di Laussel è forse la scultura in rilievo più antica del mondo, situata sopra l’entrata di un tempio-grotta sacro nel sud della Francia usato durante il Paleolitico per le cerimonie rituali. La donna- dea viene raffigurata gravida, simbolo di vita, la mano destra sorregge un corno a mezzaluna verso l’alto, simbolo della mezza luna e degli animali sacri (ipotesi), la mano sinistra è aperta al centro del ventre.

Altri reperti provengono dall’Austria (Venere di Willendorf, di 25 mila anni fa), Cecoslovacchia, Australia, Messico, Egitto, Grecia, Creta, Bolivia. Dobbiamo molto alla ricercatrice Majia Gimbutas, che nel suo libro: “Il linguaggio della Dea”, ha riportato l’attenzione al culto antico dell’essenza femminile incarnata nella Dea, nonché alla ricerca archeologica per confermare l’esistenza di società matriarcali.
In alcuni di questi ritrovamenti la Dea è intenta in una danza o assume posizioni che potremmo definire veri e propri “mudra”, ovvero “gesti sacri”, molto similari o a volte uguali a quelli utilizzati in danze sacre femminili attuali, come la danza “Hula” ad esempio che celebrano gli elementi della natura, oppure la “Bharatanatyam”la danza sacra classica indiana. Fra queste inserirei anche la danza così chiamata “del ventre”.
Il legame della Dea con la danza si basa dunque su studi derivanti dall’ archeologia, dalla filosofia, dalla storia delle religioni e da scritti di scienze esoteriche.

Per riscoprire le origine antiche della danza del ventre, che potremmo anche chiamare danza della donna, ci rifacciamo soprattutto allo studio della simbologia (dottrina esoterica, appunto).

Consideriamo alcunimovimenti base: cerchio, otto, onde, spirali. Questi simboli sono presenti nelle antiche culture di tutto il mondo, e per la maggior parte proprio nelle testimonianze del culto alla Dea. Possiamo allora definire, in parole semplici, che la così detta “danza del ventre” possa essere stata un tempo la danza ballata in onore alla Dea in modo conscio ed istintivo, probabilmente utilizzando questi ed altri movimenti chiave, come ad esempio la vibrazione, per pregare e ringraziare, per sostenere ed aiutare la comunità, per celebrare il continuo rinnovamento della vita.

La sacralità di questa forma di danza femminile, che oggi ritroviamo non solo nelle danze femminili mediorientali ma anche nelle Hawaii, in Polinesia, in India, è sopravvissuta a stenti. Quando la donna ha perso nei secoli il ruolo di saggia, madre e personificazione della Dea Madre, quando è stato introdotto il concetto di peccato, qualsiasi espressione creativa femminile ha perso il valore sacro, compresa la danza, sconfinata purtroppo spesso a forme di prostituzione d’intrattenimento (come ad esempio all’interno dei “Cabaret” arabi).

Molte danzatrici, insegnanti ed amanti di questa disciplina si trovano ogni giorno faccia a faccia con i tabù legati al movimento, perché movimento è sinonimo di sessualità e nella nostra testa a livello inconscio è registrato molto spesso come peccato e vizio. Questa è l’eredità della sacralità della danza a livello sociale, ma mi sento di affermare che essa non è perduta, è scritta nel nostro cuore e nella parte più saggia che è dentro di noi donne, nel DNA.
Mi sento di dire questo in seguito agli esperimenti che sto intraprendendo con gruppi di donne da qualche anno. Ed è questo che desidero proporre all’interno del Congresso, una visione più interiore, celata e dimenticata della danza. Incominciare a ricordare che ogni gesto può nascondere un simbolo celato, un intento, un’antica preghiera. Dare la possibilità ad ogni donna di risvegliare questa saggezza per autenticare la propria danza, renderla viva, impregnata di significato, di emozione, di vita, di forza. Unire la tecnica all’interiorità. Celebrare la Vita.

 

Bibliografia

Il Linguaggio segreto della Danza del Ventre I Simboli, la Sessualità, la Maternità, le Radici dimenticate - Maria Strova - Macro Edizioni

Il linguaggio della dea. Mito e culto della dea madre nell'Europa neolitica - Gimbutas Marija - Ed. Neri Pozza

Il libro dei simboli - Jean-Eduardo Cirlot - Gruppo Editoriale Armenia

Sacred Woman, Sacred Dance - Iris J. Stewart - Inner Tradtions

 

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ma-alilat@danzadelladea.it

 

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Intervento estratto dalla relazione del Congresso Danze Orientali 20 21 22 Aprile 2007

 

 

 

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