Full immersion a Riccione (1^ parte)
I preparativi
In effetti tra le cose che avevo portato nel mio sovradimensionato
bagaglio personale (un enorme trolley rosso, con la tendenza a ribaltarsi
sul dorso come una tartarugona ubriaca) non c’era la mia muta
da sub, la maschera, le pinne, né il secchiello, la paletta
e le formine (ho anche questi, non dubitate)… tutto il resto
era stato previsto: mises per tutte le stagioni dai Tropici all’Antartide,
non si sa mai che tempo fa, dal casual al formale, neanche di che
umore sono è cosa certa, e generi di conforto (dalle sigarette
alle caramelle, comprese vitamine e bevande energetiche…),
neanche fosse la spedizione di Saknussemm al centro della terra.
Anche se costume, crema solare e asciugamano erano in valigia, sapevo infatti
che praticamente non l’avrei visto il mare, seppur letteralmente a due
passi, appena attraversato il viale di fronte all’hotel, e non me ne
voglia Barbara, sapevo che proprio non ce l’avrei fatta a raggiungerla
per il risveglio muscolare in spiaggia… sapevo che mi sarei stancata,
e che per affrontare una situazione tanto diversa dalla mia usuale routine
sedentaria, casa-ufficio dell’associazione poco più, avrei avuto
bisogno di tutti gli ausili legalmente concessi dalla chimica (dallo zucchero
semplice alla RedBull).
E pur se, sempre in valigia, erano presenti scarpette da danza, tutina e cintura
con le frange, tra le altre cose che sapevo c’era che alla fine non avrei
fatto neanche una lezione… ma chi poteva esserne certo?
Quindi ero preparata, a tutto o quasi, nel mio consueto modo ansioso-compulsivo.
Ma per meglio comprendere il mio stato d’animo, dovete sapere
anche che questa trasferta prevista con largo anticipo e lungamente
progettata, all’ultimo momento aveva subito una radicale revisione:
sarei partita senza Roberto, che impegni inderogabili avevano altrimenti
destinato.
Da sola proprio non ce l’avrei fatta, non solo perché a volte
non riconosco le persone a tre metri di distanza, o in certe condizioni di
luce non scendo neanche le scale, ma perché il Congresso è grande,
non avrei potuto vedere tutto quello che si svolgeva contemporaneamente, e
quindi avevo proprio bisogno in entrambi casi di un altro paio di occhi, ma
non solo, essendomi riproposta di fare due chiacchiere con le star internazionali,
mi serviva proprio un interprete… Panico.
”Ma perché non chiedi di accompagnarti alla tua amica, la mitica
Chiara?!?”
Giusto Roby, hai ragione come al solito: Chiara De Angelis abita
a Ravenna, vicino a Riccione quindi, la conosco da qualche anno,
e ci frequentiamo assiduamente seppur virtualmente, le affinità tra
noi sono persino imbarazzanti, ma soprattutto ormai lei conosce me,
quindi potrà sopportarmi e supportarmi, parla perfettamente
inglese, francese e non so più che altro, magnifico: è la
mia donna. Due parole su Skype e parte il piano B. Appena il tempo
di farle preparare un bagaglio (arriverà con un trolley piccino
picciò e non lamenterà che le sia mancato mai nulla… Lucy
che vergogna!) e me la ritrovo sul binario ad aspettarmi, sorridente,
con tanto di badge distintivo Lucyinthesky in bella vista, alle volte
non riconoscessi neanche lei (… grazie cara, ma in quel caso
ci sarebbe voluto un cartello decisamente più grande…).
Ora sono davvero “pronta”!
Il centro Congressi le Conchiglie, l’hotel e l’accoglienza.
Non so come siano altri alberghi a Riccione, ma concordo con l’organizzazione
che le caratteristiche della struttura che ha ospitato anche questa
edizione del Congresso Internazionale Danze Orientali, come quelle
passate, siano davvero difficilmente replicabili.
All’arrivo apprezziamo l’ampiezza degli ambienti
comuni, la grande
hall e la zona bar. Seppur invase da le numerose bancarelle dei mercatini,
che le rendono più somiglianti a un “suk” al coperto che
ad un albergo occidentale, lasceranno ancora abbastanza spazio per consentire
il flusso migratorio di compatti stormi di fanciulle che, a intervalli regolari,
lo attraverseranno in ogni direzione per cambiare sala o per recarsi al ristorante
come da programma. Stiamo parlando di oltre 700 persone in movimento, tra ospiti
e staff, non so se rendo l’idea.
E nonostante i numeri, anche la finestra temporale prevista per la registrazione è tale
che quando arriviamo aspettiamo giusto pochi minuti, ad uno dei 4/5 banchetti
allestiti all’uopo; una volta chiarito che Roberto non ha subito una
radicale trasformazione, e che Chiara può essere registrata come “assistente” di
Lucyinthesky (il termine è neutro e dovrebbe bastare a comprendere questo
e altro… ma giustamente qualche spiegazione facilita le cose e toglie
tutti dall’imbarazzo), dotate di braccialetto di riconoscimento, senza
il quale non si accede alla struttura né all’interno di essa al
ristorante o alla sala spettacoli ecc. (il servizio d’ordine è discreto
e onnipresente), munite di programma generale e dettagliato (quello con gli
orari), di dispensa e attestato di partecipazione (su quest’ultimo ritornerò più avanti)
passiamo alla reception, consegniamo i documenti, ritiriamo le chiavi, e raggiungiamo
la nostra stanza.
Se non fosse che la camera assegnataci in prima battuta era dotata di un letto
singolo (decisamente troppo intimo, anche per due amiche!!) e che un cambio
volante ha scombinato il planning, avrei pensato che la nostra sistemazione
godesse dei privilegi del rango attribuiti alla stampa.
Ma questo disguido mi ha tolto ogni dubbio sulla qualità media della
sistemazione alberghiera: la stanza è più che dignitosa, forse
non tutte godranno di una terrazza, ma fatti due conti (soggiorno, pensione
completa, bevande ai pasti… tutte le lezioni e gli spettacoli che puoi
sopportare…) almeno la sottoscritta ha rinunciato a qualsiasi velleità di
recriminazione.
E’ vero Chiara, nella nostra stanza c’era un solo telo per la doccia,
e nonostante le tue richieste in merito non è stato possibile averne
un altro… ma per fortuna nel mio tanto denigrato baule c’era l’asciugamano
da spiaggia, no?… ok scherzavo, su questo aspetto del servizio alberghiero
si può dire qualcosa.
Sul servizio ristorante invece l’unico appunto che mi sento
di fare è dovuto all’italianissima “sindrome da
buffet” che pare affliggere anche le danzatrici del ventre.
Pur avendo notato che rispetto ad altre occasioni, tipiche dei villaggi
vacanze, forse i nostri piatti erano meno stracolmi e più ricchi
di verdure che di dolciumi, forse, ho a malincuore rilevato lo stesso
approccio disordinato e apprensivo ai lunghi tavoli, con gli stessi
prevedibili e inappropriati risultati: aumentare la confusione, intralciare
il servizio, che così non poteva rifornire adeguatamente quello
che veniva spazzolato, ed accrescere quel senso di arrembaggio alla
cambusa, che a mio avviso si adatta più ad una ciurma di marinai
ammutinati che a leggiadre signorine in trasferta per un’occasione
che dovrebbe essere di piacere e di svago. Si, lo so, è antipatico:
mi tocca fare la zia “istitutrice” e richiamarvi al contegno.
Non tutte certo, forse neanche la maggioranza... ma quanto basta
a far si, in questo come in altri casi, che il livello di qualità percepito
sia quello dell’elemento più basso.
Forse un servizio di hostess, com’è in uso appunto nei villaggi,
che accompagna o indirizza ai tavoli e guida gli ospiti via via che arrivano
ad esaurire i posti disponibili prima di accamparsi in altri, potrebbe aiutare
chi è meno pratico di queste situazioni, ed evitare la ricerca di un
posto non solo libero ma che abbia ancora la parvenza di un tavolo apparecchiato
a chi decide appositamente di non fiondarsi nella comprensibile calca dell’apertura
dei pasti.
Agli avventori è richiesto solo di organizzarsi in piccoli o grandi
gruppi “fuori” dal locale ristorante e di presentarsi insieme,
così anche il legittimo desiderio di dividere i pasti con la compagnia
che ci è più gradita sarà rispettato, senza penalizzare
chi arriva con calma, magari da solo, e siederebbe volentieri con chiunque,
e invece rimbalza di tavolo in tavolo “qui no lì nemmeno… occupato… non
ci sono più le posate…”. Per la carenza invece di spirito
di fraterna accoglienza c’è poco da fare, se non rifletterci su
e farsi un po’ di autocritica.
Le sale destinate alle lezioni, sempre all’interno
della stessa struttura erano più di sei, ho perso il conto:
più grandi,
più piccole, alcune dotate di un’acustica migliore di
altre, tutte comunque assistite da impianto voce e di pedana per
gli insegnanti. Alcune sale erano adibite a spazio prove per gli
spettacoli serali o a spogliatoio per le ospiti che non risiedevano
nell’albergo
centrale. Ho assistito anche all’elegiaca scena di una lezione
all’aperto, nel piazzale antistante l’hotel, con tanto
di fonico al seguito con l’impianto sul carrello. Niente da
dire, non so quanti fossero i tecnici audio sparsi per il centro,
ma perché vi facciate un’idea considerate che alcuni
insegnanti non hanno neanche toccato un solo cd. ”Ma come,
Lucy, l’audio era pessimo… rimbombava tutto e si sentiva
la musica della stanza accanto…” Giusto! E’ successo
che una delle sale sia stata oggetto di questa iattura: è stata
segnalata agli organizzatori anche in mia presenza, posso testimoniarlo.
Non dubito che prenderanno provvedimenti.
Ma mi è giunta voce anche che proprio in quella lezione, particolarmente
affollata hanno provato a far ruotare la classe in modo che chi era in fondo
potesse fare una parte della lezione davanti, hanno anche richiesto di abbandonare
le cinture “sonanti” a vantaggio di una migliore comprensione delle
parole del docente e della concentrazione di tutti… ahimè con
scarsi risultati. C’è sempre qualcuno che non si sposta quando è il
suo turno e che non si sogna proprio di togliersi le monete neanche quando
richiesto… a questo ovviamente gli Organizzatori non potranno porre
rimedio…
Ma siccome giustamente tutto alla fine ricade sullo staff, li invito a prevedere
dei bei cartelli di divieto “monetine”, all’estero è cosa
comune, diffusa e urbanamente accettata (no beaded belts), per non arrivare
all’eccesso di richiedere la presenza in sala di una persona addetta
al rispetto di queste due semplici regole…
Niente parquet e niente specchi,
pavimenti normali, in alcuni casi moquettes, in altri tappeti da danza, siamo
in un centro congressi, penso questo fosse chiaro a tutti, ma non l’ho
dimenticato: alcune di voi mi hanno fatto notare che i pavimenti delle sale
non erano abbastanza puliti da consentire di fare lezione a piedi nudi,
o di sedersi a terra senza soverchi patemi d’animo… comprendendo
che sia impossibile spazzare dappertutto in soli 15 minuti di pausa,
e verificato che solo pochissime di voi hanno provveduto a cambiarsi
di calzatura per accedere allo spazio destinato alla danza con suole
pulite (...ovvia, un altro bel cartello!!) probabilmente va aggiunto
un altro indispensabile accessorio, a quelli già evidenziati
come richiesti dall’organizzazione (il tappetino per fare gli
esercizi a terra era nella lista…), e cioè le scarpette
da danza.
Per il resto mi pare che la comunicazione all’interno del
festival sia stata efficiente, al limite del ridondante: ad esempio
gli orari dei transfert, altro ottimo servizio a disposizione di
chi avesse optato per un albergo più distante ed ancora più economico
del principale, sono stati ripetuti anche durante le serate, fino
a trasformare il reiterato annuncio in una macchietta d’avan-spettacolo.
Come già detto il programma su carta l’avevamo tutte,
e i planning esposti nella hall sono stati puntualmente aggiornati
con i cambi di sala dell’ultimo minuto, effettuati in base
alla richiesta di maggiore o minore spazio.
Per quest’ultimo aspetto forse per la prossima edizione l’organizzazione
potrebbe valutare l’adozione, se non del numero chiuso, concordando con
loro che sarebbe eccessivo e snaturante dello spirito della convention, almeno
di una specie di prenotazione o pre-iscrizione alle varie lezioni: in effetti è altrimenti
difficile se non impossibile pianificare la destinazione delle sale in base
alla prevista affluenza, affidandosi ad un elemento che più aleatorio
e imprevedibile non può essere, quale è sostanzialmente il gusto
o le preferenze dei partecipanti.
E veniamo adesso agli argomenti più caldi, che non necessitano proprio di preamboli.
Le lezioni
Primo: un attestato di partecipazione per uno
non fa male a nessuno…
Ancor prima di aver sistemato il bagaglio in camera
ero stata insignita (io come tutte le altre partecipanti) di un bell’attestato,
certificante la mia partecipazione a “tutti” gli stages
in programma… è proprio il caso che vi dica come il
sorriso maliziosamente mi sia salito alle labbra? Lo so che non c’è soluzione,
considerati questi livelli di affluenza qualunque alternativa mi
venisse in mente di suggerire sarebbe un massacro (quello della sottoscritta,
che non è inconsapevole fino a questo punto delle difficoltà oggettive,
ma non sarebbe il peggio che mi è capitato, e quello degli
organizzatori, nei cui panni proprio non vorrei mettermi se dovessero
anche approntare un picchetto davanti a tutte le porte, per timbrare
libretti, come in una novella, caotica, università “a
gettoni”).
Ma visto che scrivo queste cose per me, tanto quanto per la categoria
delle allieve, alla quale mi ostino di dichiarare la mia intimamente
sentita appartenenza, più che per il comparto docenti, non posso esimermi dal rilevare che
ben altro peso ha un documento che attesti la partecipazione ad una formazione
che si svolge su più giornate e con lo stesso insegnante. Quindi il
problema non è nel foglio o nel come viene consegnato ma nell’uso
che se ne farà… come al solito.
Non aggiungo altro, solo che qui in redazione siamo pronti fin d’ora
ad arricchire i curriculum delle insegnanti che non lo avessero già fatto
in altre occasioni, per la nuova stagione 2008-2009, con la lista dei nomi
presenti a questo Congresso.
Alle mie colleghe discepole invece voglio ripetere: gli attestati di partecipazione
possono essere rilasciati anche così, ma aver fatto tre ore di lezione
- se va bene - con chiunque non vuol dire aver studiato con lui… ecc.
ecc., aprite gli occhi, per favore!
Secondo: i livelli…
Nessuno può vietare anche a chi pratica danza da più anni di
voler godere di una lezione principianti, (anche qui mi ripeto… fosse
per me il primo livello di uno stage dovrebbe essere “obbligatorio” proprio
per chi già insegna: vedere all’opera un altro professionista è a
mio avviso lo strumento di formazione e aggiornamento più immediato
e completo che ci sia), anzi, in questo senso ritengo che proprio il fatto
che ad una stessa lezione siano presenti praticamente tutti i livelli è non
solo inevitabile ma addirittura auspicabile. Ma (…e ti pareva Lucy,
quando fai così non ti si regge proprio) i super-professoroni del caso
dovrebbero essere davvero molto più ligi a quando stabilito dal programma,
e non affidarsi al loro senso dell’audience (…io lo vedo se mi
seguono… già… beato te!), perché proprio in questi
casi la platea può trarli in inganno: basta ad esempio che un’insegnante
si piazzi in prima fila, lodevole iniziativa per altro, primo perché partecipa
e secondo perché così facendo funge da “ripetitore” per
le file indietro, che la sensazione di essere agevolmente seguiti da tutti
possa rivelarsi non affatto veritiera.
A mio avviso varrebbe proprio la pena di far storcere il naso a qualche elemento
di livello superiore (che se ha altre velleità ha sbagliato lezione
e finisce lì: c’è scritto principianti sul programma, carta
canta) per far recuperare un po’ di autostima a chi invece è agli
inizi, o a mezza strada, proponendo un percorso didattico all’altezza
delle loro legittime aspettative e della loro preparazione.
Così come il rispetto del significato delle parole “tecnica” e “coreografia”,
non è da sottovalutare… si tratta di esigenze diverse, di provare
a fornire un servizio commisurato anche alle relative capacità di ognuno
(… io una coreografia intera, in un’ora e mezzo, non la imparerò mai… al
massimo posso memorizzare due o tre sequenze… ma conosco i miei limiti
e mi regolo di conseguenza).
Terzo: la teoria!
Qui so di essere un po’ in controtendenza, e di non rappresentare la
maggioranza… datemi quindi il peso che riterrete opportuno, però a
me piacerebbe che oltre al corpo si curasse anche lo spirito o almeno non lo
si ignorasse…! Soprattutto quando si mettono in programma approfondimenti
tematici sugli stili, non dico tanto, ma due spiegazioni, (due di numero, giuro!)
per inserirli nel contesto storico, una parolina, (una sola… qua e là…)
che ci illumini sul significato di un gesto (che altrimenti ci troviamo tutte
ad imitare e storpiare, come scimmiette, carine per carità, ma inconsapevoli…)
non dovrebbero essere un compito troppo pesante da affidare a tutti, dico tutti,
i docenti… (…chi già lo fa o lo ha fatto continui per
carità!).
Tutte queste sono cose che so essere bene a conoscenza dell’organizzazione del Congresso: se dovranno in futuro farsi meglio intendere dagli insegnanti, incaricati di tenere le lezioni nelle prossime edizioni, sappiano che hanno il mio più grato e completo appoggio.
Per quanto riguarda invece la composizione del programma didattico, ampia e variegata, (caleidoscopica?!) credo che un'occhiata allo stesso sia più che sufficiente :-)