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Immaginari e dintorni della Danza Orientale
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4° ed. del Congresso Internazionale
Danze Orientali - 31 Maggio, 1 e 2 Giugno 2008

a cura di Lucy

Full immersion a Riccione (2^ parte)

Gli spettacoli

Intendiamoci subito, è la mia personalissima posizione: oltre le due ore, deve scendere Madonna (Ciccone) a farmi il caffè in sala, perché se non fossi stata obbligata dal ruolo, poteva andare a finire come voleva, poteva essere bello come il Paradiso, ma dopo una giornata, di viaggio e di lavoro (…ok, non ho fatto lezione ma non mi sono fermata un attimo, concedetemelo, anche il cervello consuma!), io mi sarei alzata e sarei andata a letto. E ho potuto constatare che la mia stessa idea l’hanno messa in pratica diverse altre ospiti, più giovani e in forma della sottoscritta, a metà della seconda frazione di ognuna delle due serate.
Ma voglio anche testimoniarvi il mio apprezzamento per la promessa mantenuta dall'organizzazione di ampliare il palco, in modo da consentire a tutte le formazioni, anche le più ampie di esibirsi ed essere visibili da tutti, e proprio per questo non ho capito la permanenza dei tavoli nella prima serata (complicano la disposizione del pubblico e basta... nessuno sarebbe sceso a ballarci in mezzo...) e il posizionamento relativo delle luci di scena (che illuminavano più le prime file che le ballerine).
Comunque a parte la durata, e questi risolvibili e secondari aspetti, si rende necessaria una breve spiegazione di come catalogo, e valuto di conseguenza, gli spettacoli.

Per me, infatti, ci sono tre tipi principali di show: quello che non richiede pubblico (“… beh che c’è?!… Ballo per me stessa, quando mi pare, quanto mi pare, come mi pare…” Bene, brava!), quello che viene messo in scena più per chi lo rappresenta che per il pubblico, ma che ne richiede uno, tipicamente ben disposto e paziente (vedi saggio di fine anno… celebrazioni interne ad un gruppo), e infine quello che invece nel gradimento dello spettatore (tipicamente pagante) trova la sua ragion d’essere. Ognuna di queste tipologie ha tutte le sottocategorie del genere… ovviamente.
Ora io credo che avendo due serate a disposizione un tentativo di far ordine tra i due livelli di spettacolo che si rivolgono allo spettatore sarebbe doveroso farlo.
E il tentativo è stato fatto in verità, destinando la prima sera alle esibizioni diciamo “interne”, cioè dei docenti e dei gruppi ospiti del Congresso, e la seconda alle Stars e contorno … anche se, a mio avviso, si è fatta confusione, nell’umanamente comprensibile tentativo di accontentare tutti (quanti danni si fanno con le migliori buone intenzioni…), perché si sono dimenticate o disattese alcune regole fondamentali proprie di queste distinte tipologie. Qui ci vuole un responsabile con gli attributi (Sam, Valter, sono con voi, siete gli unici che potete farcela! - battuta facile, pardon -).

Mi spiego meglio.
Nello spettacolo celebrativo-sociale è ritenuto giustamente indispensabile che ogni elemento abbia lo stesso tempo/spazio a disposizione, e che questa opportunità venga concessa a tutti: se sono cento ballano in cento.
Ma visto che il pubblico, nel nostro caso, non poteva essere assimilato, non tutto, a quello formato da mamme e da zie (…brave donne pazienti e accomodanti, che assistono ad interi pomeriggi di paperine danzanti per godere di pochi istanti di orgoglio), c’è un limite anche al numero massimo di soggetti che si possono esibire, perché c’è un limite al tempo che abbiamo a disposizione prima che lo spettatore crolli (“…bello per carità, vi voglio un sacco di bene, ma non se ne poteva più…” e non sono stavolta parole mie).
Ora viene di conseguenza che, se tutti gli aventi diritto volessero cogliere l’occasione di “rappresentarsi” e questo non fosse possibile, allora bisogna scegliere, anzi, in questo caso, stabilire un criterio di selezione.
E ci sono metodi incruenti e universalmente accettati per farlo: tipo il diritto di precedenza di chi abbia confermato prima la propria adesione, e per tempo, o ad es. la durata del brano presentato (rigidamente all’interno del range massimo consentito io darei comunque dei punti in più a chi usa ancora meno tempo, consentendo più esibizioni altrui), oppure il numero di componenti di un gruppo o la distanza percorsa dall’artista per partecipare…
Tranquille, sono solo esempi, e non mi offrirò volontaria per dirimere la questione (… avrò già abbastanza grane solo per aver sollevato il problema, sono a posto così!), ma forse saranno utili per togliere d’impaccio qualcuno che conosco, e a cui voglio troppo bene per non immedesimarmi in quello che ha dovuto passare… Io sarei cattivissima in queste occasioni, se balli con il gruppo ti giochi l’assolo, senza scampo… se balla la tua scuola, o il tuo gruppo, può bastare così, e balla una sola formazione… scegli tu quale, anche se ne hai trecento… ma so di essere impopolare.
Insomma si può decidere un criterio oggettivo, qualunque, che stabilisca la precedenza per l’assegnazione di un posto in scaletta e/o la relativa esclusione di chi non ci rientra, cui si potrà attribuire magari il diritto di prelazione per l’edizione successiva.
In queste serate insomma non si possono applicare criteri attinenti alla qualità o al prestigio, sostituiti da quelli affettivi e celebrativi dell’universale equa rappresentanza.
Dopodiché tutti lo sanno, chi vuol giocare gioca (o assiste), e, rispettata la democrazia, la trasparenza delle scelte, e la durata massima della rappresentazione (!), siamo tutti contenti.

Altra cosa è lo show di gala-istituzionale
Un responsabile, si, uno solo, si prende la briga di scegliere e decidere, seguendo criteri squisitamente qualitativi e artistici, e si dedica seriamente alla costruzione della scaletta, che non può essere un collage su carta delle esigenze degli artisti (niente ordine alfabetico… questo è uno show… niente democrazia, niente un po’ per uno… nessuna accondiscendenza ai capricci del divo/a di turno…).
Occorre sapere esattamente cosa andrà in scena, per poter decidere quando è il suo momento, o se è opportuno che, quell’esecuzione, abbia un suo momento nella rappresentazione. Non basta il nome del brano o la sua durata, per decidere, non ci si fida dell’artista che dice “dura poco, è un medley… tranquillo è un pezzo che va forte… è totalmente diverso dal precedente…” questo è il compito del direttore artistico di una serata, non si fida (…quasi mai!).
Perché è lo spettacolo che comanda, e comanda a tutti e su tutti, perché dobbiamo rendere conto al pubblico, presentare al meglio delle nostre possibilità il meglio che abbiamo a disposizione, nelle giuste dosi (la durata massima dei brani ha qui rare e davvero motivatissime eccezioni), con il dovuto rispetto per il ritmo e per il crescendo che dovrebbe sostenere la serata… e il pubblico, che così aiutato nel mantenere l’attenzione e la tensione partecipativa, ricambierà con entusiasmo (senza necessità di patetiche sollecitazioni…).
So già che questa idea di show a qualcuno non piace, né poco né punto, ed i ragazzi della redazione (Roberto per primo) ne sanno qualcosa. Ma questa è anche la mia visione del mondo dello spettacolo e ve la propongo come tale, anche se non posso dire di avere la stessa esperienza e autorevolezza di cui può valersi il nostro.

Ma avete presente i fuochi di artificio? O il pranzo di nozze ideale (...no, non è quello che finisce a tardo pomeriggio inoltrato...)?
Lo spettacolo di Gala per me dovrebbe essere così!
Poche, no, meglio, nessuna ripetizione, perché tolgono la sorpresa, una frizzante ouverture per solleticare l’appetito, piatti principali distinti e ben curati, un tramezzo per rinfrancare lo spirito e riposare gli occhi, il gran finale (chi più ne ha più ne metta) che sia un finale, che faccia alzare dalle poltrone appagati, satolli ma pimpanti, il tutto servito celermente, perché lamentarsi di essere stati seduti troppo a lungo non tolga neanche una piccola parte del piacere di quanto appena gustato.
Meglio “alzarsi da tavola con l’appetito”, dicevano le nonne quando da mangiare ce n’era veramente poco; oggi non lo faremmo per la carenza di portate, come allora, ma perché per tutto c’è una misura, e sulla scena l’arte dovrebbe esserne sommamente consapevole.
Perché io vorrei davvero lasciare lo spettacolo, qualunque spettacolo, con l’adrenalina in corpo, con la voglia di ballare, di parlare, non con lo sbadiglio sulle labbra…
E sono certa che dopo degli spettacoli così sarebbe anche più apprezzata la bella idea di far suonare dal vivo, e proporre un proseguo danzante a chi sente il gusto di fare le ore piccole in allegra e conviviale compagnia…come è stato fatto, ma ahimè ne hanno potuto godere appieno in pochi…

“… ma Lucy, non ci dici proprio nulla di quello che hai visto…?!”
Avete ragione, non posso e non voglio cavarmela così (…però poi vengo a rifugiarmi a casa vostra ok?). Dai, scherzo, ma non tanto.
Facciamo così, vi dirò solo qualcosa su quello che mi ha colpita, e per non fare il Totò della situazione (…vi ricordate il film? Quando passa in rassegna, correndo, le truppe dello sceicco, e ad ognuno degli uomini dice qualcosa, tipo “…bel soldato, bell’uomo, bel fucile, bei baffi…”), premetto che non citerò tutto quello a cui ho assistito e che questo non vuol dire che quanto sarà taciuto non mi sia stato gradito. (… che il cielo me la mandi buona e senza vento).

In ordine sparso…
Saida… Vi risparmio i soliti aggettivi (…brava, energica, solare, coinvolgente, andate avanti da soli! So che potete farlo) che le si accostano e le si addicono, tutti. Io l’ho apprezzata molto di più nella sua seconda uscita (è tutto dire, vale triplo, perché io ero fusa e … le ultime file erano già vuote…), per l’esecuzione più misurata e classica, a mio avviso un’esibizione più interpretata e sentita, ma mi è piaciuta ancora di più dopo averci parlato di persona.
Giulia Mion… l’ho adorata, come spettava alla Dea Madre che ha portato in scena, solennemente, con dolcezza estrema, con quei movimenti piccoli e tondi, rispettosi del suo stato e del suo corpo, con un sorriso vero e intimo, che è stato il suo regalo elargito ad un pubblico intenerito (“Ti sei commossa, Lucy?!” Si, anch’io, l’Erode in gonnella che sono, come sa chi mi conosce bene), e al quale non abbiamo potuto non rispondere, con altrettanta sincera intensità.
Alice Nuar… Sarà stata la musica scelta, il bel costume, la figura elegante, il viso quasi di bambola, ma che del giocattolo non aveva affatto la fissità, insomma qualcosa c’è stata in questa esibizione che mi ha raggiunta ed emozionata, al di là di ogni valutazione tecnica, stilistica, ecc. ecc. (che stress: non si può dire che una cosa è bella e basta?!).
Barbara Pettenati e Sam Rabou… che coppia! Che sorpresa! Si, si, e ancora si! Donna e uomo, linee nette e confini rispettati, seduzione e ritrosia, forza e tenerezza, amore e ripulsa, come in un bel film in bianco e nero di quelli che piacciono tanto alla zia qui presente. Eppure la proposta classica nei ruoli è risultata nuova nell’ambito in cui è stata presentata, dove troppo spesso il ballerino tende a subire la supremazia tecnica della ballerina ed a imitarne i passi, con effetti spesso parodistici. Una performance su cui lavorare, vale la pena davvero: bravi, ragazzi!
La Compagnia delle Almee… (priva, ma solo sulla scena, della sua fondatrice Oriana - io l’ho apprezzato, sapete, che lei non sia salita in questa occasione sul palco) si è prodotta in un brano Tribal Fusion bello tosto, denso e ben eseguito, che non poteva essere più lontano di così dalla Danza Orientale, fosse solo per lo sguardo inquietante e duro con cui le “tribaline” (me lo consentano, è detto con affetto) scrutavano un pubblico ipnotizzato, ma anche per togliere ogni dubbio su "chi contamina cosa", andando decisamente oltre (… e finiamola… la Tribal è figlia della Raqs Sharqi? Si, ma come ogni discendente fa la sua strada ed ha una sua dignità, che abbia il suo seguito o meno: bomba liberi tutti!). A me è piaciuto, e molto, la prima sera, però la seconda avrei voluto vedere qualcos’altro (e avevano pronto un altro pezzo... ma si è trattato di una ripetizione "a grande richiesta"!).
Sharon Kihara… (“…non l’hai messa per prima! Ahhhhhh! Sacrilegio!” Suvvia non vi ho detto che l’ordine è casuale?!). Lei è tale e quale, in scena, fuori, e durante una lezione. Sarà che i tatuaggi non si possono cancellare a seconda delle occasioni? Sarà che davvero per lei la Tribe (“tribù” intesa proprio come comunità) è una cosa reale fatta di persone, di amiche, e non esiste solo sulla scena, anzi non potrebbe arrivare sul palco se non fosse nutrita da una realtà “umana” che è quanto di più distante ci possa essere dalla finzione scenica? Vabbè, sto andando fuori tema… mi cavo d’impaccio rimandandovi al supplemento d’intervista che sarà presto (!! abbiate fede !!) online su queste pagine.
Raja - Silvia Ruffin… tra gli assoli più apprezzati dalla sottoscritta, ci ha presentato un bel baladi, pulito ed elegantemente confezionato. Senza nulla togliere alla danzatrice, ci tengo però a testimoniare che è stata apprezzatissima anche nelle vesti di conduttrice della seconda serata. Un appello per lei: scritturatela a vita!! Con grande spigliatezza, padronanza delle lingue (!), e simpatia, ci ha davvero sostenuti e guidati durante la serata, spremendo ogni applauso possibile dalle nostre esauste manine. E con questo mi esimo dal sottoporvi ad una tirata a parte sull’importanza del ruolo del presentatore nello spettacolo, e sulle sue caratteristiche irrinunciabili.
Mouna Bounouar… una delizia autentica, con i cimbali suonati davvero e non indossati, con un’interpretazione che ha supplito finanche all’assenza di sottotitoli, tanto è stata significativa degli stati d’animo e delle emozioni evocate dall’inaccessibile (ai più) testo della canzone: Pussy Cat il titolo del suo brano, “gattina”, e come tale ha fatto le fusa per noi ed ha mostrato le unghie, intrigante e giocosa felina.
Sandy D’Alì… il Vesuvio che danza?! Non sono originale, lo so, e la sintesi è estrema, ma così non mi sforzo di trovare aggettivi per lei, che ne merita tanti, e, senza sforzo apparente, danza. I suoi assolo sulle percussioni mi coinvolgono sempre tanto, e siamo ai massimi livelli, a mio avviso, per quanto riguarda la fusione armoniosa tra donna e tabla, per non parlare di quella goccia di ironia che rende il tutto ancora più brillante e che io apprezzo immensamente.
Wael Mansour… (eravate in pensiero?! Ormai lo davate per perso!? Sciocchine) ci ha regalato due saggi della tradizione, il bastone e la Tannoura, due interpretazioni di grande qualità, eseguite magistralmente, centratissime per la serata e come tali applauditissime anche dalla sottoscritta.

E con Wael termino in bellezza (!!) la seconda parte del mio reportage: la terza e conclusiva sarà on-line presto...

 

 

 

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