Full immersion a Riccione (2^ parte)
Gli spettacoli
Intendiamoci subito, è la mia personalissima posizione: oltre
le due ore, deve scendere Madonna (Ciccone) a farmi il caffè in
sala, perché se non fossi stata obbligata dal ruolo, poteva
andare a finire come voleva, poteva essere bello come il Paradiso,
ma dopo una giornata, di viaggio e di lavoro (…ok, non ho
fatto lezione ma non mi sono fermata un attimo, concedetemelo, anche
il cervello consuma!), io mi sarei alzata e sarei andata a letto.
E ho potuto constatare che la mia stessa idea l’hanno messa
in pratica diverse altre ospiti, più giovani e in forma della
sottoscritta, a metà della
seconda frazione di ognuna delle due serate.
Ma voglio anche testimoniarvi il mio apprezzamento per la promessa mantenuta
dall'organizzazione di ampliare il palco, in modo da consentire a tutte le
formazioni, anche le più ampie di esibirsi ed essere visibili da tutti,
e proprio per questo non ho capito la permanenza dei tavoli nella prima serata
(complicano la disposizione del pubblico e basta... nessuno sarebbe sceso a
ballarci in mezzo...) e il posizionamento relativo delle luci di scena (che
illuminavano più le prime file che le ballerine).
Comunque a parte la
durata, e questi risolvibili e secondari aspetti, si rende
necessaria una breve spiegazione di come catalogo, e valuto di conseguenza,
gli spettacoli.
Per me, infatti, ci sono tre tipi principali di show: quello che
non richiede pubblico (“… beh che c’è?!… Ballo per me stessa,
quando mi pare, quanto mi pare, come mi pare…” Bene, brava!),
quello che viene messo in scena più per chi lo rappresenta che per il
pubblico, ma che ne richiede uno, tipicamente ben disposto e paziente (vedi
saggio di fine anno… celebrazioni interne ad un gruppo), e infine quello
che invece nel gradimento dello spettatore (tipicamente pagante) trova la sua
ragion d’essere. Ognuna di queste tipologie ha tutte le sottocategorie
del genere… ovviamente.
Ora io credo che avendo due serate a disposizione un tentativo di far ordine
tra i due livelli di spettacolo che si rivolgono allo spettatore sarebbe
doveroso farlo.
E il tentativo è stato fatto in verità, destinando la prima
sera alle esibizioni diciamo “interne”, cioè dei docenti
e dei gruppi ospiti del Congresso, e la seconda alle Stars e contorno … anche
se, a mio avviso, si è fatta confusione, nell’umanamente comprensibile
tentativo di accontentare tutti (quanti danni si fanno con le migliori buone
intenzioni…),
perché si sono dimenticate o disattese alcune regole fondamentali
proprie di queste distinte tipologie. Qui ci vuole un responsabile con gli
attributi (Sam, Valter, sono con voi, siete gli unici che potete farcela!
- battuta facile, pardon -).
Mi spiego meglio.
Nello spettacolo celebrativo-sociale è ritenuto giustamente indispensabile
che ogni elemento abbia lo stesso tempo/spazio a disposizione, e che questa
opportunità venga concessa a tutti: se sono cento ballano in cento.
Ma visto che il pubblico, nel nostro caso, non poteva essere assimilato, non
tutto, a quello formato da mamme e da zie (…brave donne pazienti e accomodanti,
che assistono ad interi pomeriggi di paperine danzanti per godere di pochi
istanti di orgoglio), c’è un limite anche al numero massimo di
soggetti che si possono esibire, perché c’è un limite al
tempo che abbiamo a disposizione prima che lo spettatore crolli (“…bello
per carità, vi voglio un sacco di bene, ma non se ne poteva più…” e
non sono stavolta parole mie).
Ora viene di conseguenza che, se tutti gli aventi diritto volessero cogliere
l’occasione di “rappresentarsi” e questo non fosse possibile,
allora bisogna scegliere, anzi, in questo caso, stabilire un criterio di selezione.
E ci sono metodi incruenti e universalmente accettati per farlo: tipo il diritto
di precedenza di chi abbia confermato prima la propria adesione, e per tempo,
o ad es. la durata del brano presentato (rigidamente all’interno del
range massimo consentito io darei comunque dei punti in più a chi usa
ancora meno tempo, consentendo più esibizioni altrui), oppure il numero
di componenti di un gruppo o la distanza percorsa dall’artista per partecipare…
Tranquille, sono solo
esempi, e non mi offrirò volontaria per dirimere la questione (… avrò già abbastanza
grane solo per aver sollevato il problema, sono a posto così!), ma forse
saranno utili per togliere d’impaccio qualcuno che conosco, e a cui voglio
troppo bene per non immedesimarmi in quello che ha dovuto passare… Io
sarei cattivissima in queste occasioni, se balli con il gruppo ti giochi l’assolo,
senza scampo… se balla la tua scuola, o il tuo gruppo, può bastare
così, e balla una sola formazione… scegli tu quale, anche se
ne hai trecento… ma so di essere impopolare.
Insomma si può decidere un criterio oggettivo, qualunque, che stabilisca
la precedenza per l’assegnazione di un posto in scaletta e/o la relativa
esclusione di chi non ci rientra, cui si potrà attribuire magari il
diritto di prelazione per l’edizione successiva.
In queste serate insomma non si possono applicare criteri attinenti alla
qualità o
al prestigio, sostituiti da quelli affettivi e celebrativi dell’universale
equa rappresentanza.
Dopodiché tutti lo sanno, chi vuol giocare gioca (o assiste), e, rispettata
la democrazia, la trasparenza delle scelte, e la durata massima della rappresentazione
(!), siamo tutti contenti.
Altra cosa è lo show di gala-istituzionale…
Un responsabile, si, uno solo, si prende la briga di scegliere e decidere,
seguendo criteri squisitamente qualitativi e artistici, e si dedica seriamente
alla costruzione della scaletta, che non può essere un collage su
carta delle esigenze degli artisti (niente ordine alfabetico… questo è uno
show… niente democrazia, niente un po’ per uno… nessuna
accondiscendenza ai capricci del divo/a di turno…).
Occorre sapere
esattamente cosa andrà in scena, per poter decidere quando è il
suo momento, o se è opportuno che, quell’esecuzione, abbia un
suo momento nella rappresentazione. Non basta il nome del brano o la sua
durata, per decidere, non ci si fida dell’artista che dice “dura
poco, è un medley… tranquillo è un pezzo che va forte… è totalmente
diverso dal precedente…” questo è il compito del
direttore artistico di una serata, non si fida (…quasi mai!).
Perché è lo spettacolo che comanda, e comanda a tutti e su tutti,
perché dobbiamo rendere conto al pubblico, presentare al meglio delle
nostre possibilità il meglio che abbiamo a disposizione, nelle giuste
dosi (la durata massima dei brani ha qui rare e davvero motivatissime eccezioni),
con il dovuto rispetto per il ritmo e per il crescendo che dovrebbe sostenere
la serata… e il pubblico, che così aiutato nel mantenere l’attenzione
e la tensione partecipativa, ricambierà con entusiasmo (senza necessità di
patetiche sollecitazioni…).
So già che questa idea di show a qualcuno non piace, né poco
né punto, ed i ragazzi della redazione (Roberto per primo) ne sanno
qualcosa. Ma questa è anche la mia visione del mondo dello spettacolo
e ve la propongo come tale, anche se non posso dire di avere la stessa esperienza
e autorevolezza di cui può valersi il nostro.
Ma avete presente i fuochi di artificio? O il pranzo di nozze
ideale (...no, non è quello che finisce a tardo pomeriggio inoltrato...)?
Lo spettacolo di Gala per me dovrebbe essere così!
Poche,
no, meglio, nessuna ripetizione, perché tolgono
la sorpresa, una frizzante ouverture per solleticare l’appetito, piatti
principali distinti e ben curati, un tramezzo per rinfrancare lo spirito
e riposare gli occhi, il gran finale (chi più ne ha più ne
metta) che sia un finale, che faccia alzare dalle poltrone appagati, satolli
ma pimpanti, il tutto servito celermente, perché lamentarsi di essere
stati seduti troppo a lungo non tolga neanche una piccola parte del piacere
di quanto appena gustato.
Meglio “alzarsi da tavola con l’appetito”, dicevano le nonne
quando da mangiare ce n’era veramente poco; oggi non lo faremmo per la
carenza di portate, come allora, ma perché per tutto c’è una
misura, e sulla scena l’arte dovrebbe esserne sommamente consapevole.
Perché io vorrei davvero lasciare lo spettacolo, qualunque spettacolo,
con l’adrenalina in corpo, con la voglia di ballare, di parlare, non
con lo sbadiglio sulle labbra…
E sono certa che dopo degli spettacoli così sarebbe anche più apprezzata
la bella idea di far suonare dal vivo, e proporre un proseguo danzante a
chi sente il gusto di fare le ore piccole in allegra e conviviale compagnia…come è stato
fatto, ma ahimè ne hanno potuto godere appieno in pochi…
“… ma Lucy, non ci dici proprio nulla di quello che
hai visto…?!”
Avete ragione, non posso e non voglio cavarmela così (…però poi
vengo a rifugiarmi a casa vostra ok?). Dai, scherzo, ma non tanto.
Facciamo così, vi dirò solo qualcosa su quello che mi ha colpita,
e per non fare il Totò della situazione (…vi ricordate il film?
Quando passa in rassegna, correndo, le truppe dello sceicco, e ad ognuno degli
uomini dice qualcosa, tipo “…bel soldato, bell’uomo, bel
fucile, bei baffi…”), premetto che non citerò tutto quello
a cui ho assistito e che questo non vuol dire che quanto sarà taciuto
non mi sia stato gradito. (… che il cielo me la mandi buona e senza
vento).
In ordine sparso…
Saida… Vi risparmio i soliti aggettivi (…brava, energica, solare,
coinvolgente, andate avanti da soli! So che potete farlo) che le si accostano
e le si addicono, tutti. Io l’ho apprezzata molto di più nella
sua seconda uscita (è tutto dire, vale triplo, perché io ero
fusa e … le ultime file erano già vuote…), per l’esecuzione
più misurata e classica, a mio avviso un’esibizione più interpretata
e sentita, ma mi è piaciuta ancora di più dopo averci parlato
di persona.
Giulia Mion… l’ho adorata, come spettava alla Dea Madre che ha
portato in scena, solennemente, con dolcezza estrema, con quei movimenti piccoli
e tondi, rispettosi del suo stato e del suo corpo, con un sorriso vero e intimo,
che è stato il suo regalo elargito ad un pubblico intenerito (“Ti
sei commossa, Lucy?!” Si, anch’io, l’Erode in gonnella che
sono, come sa chi mi conosce bene), e al quale non abbiamo potuto non rispondere,
con altrettanta sincera intensità.
Alice Nuar… Sarà stata la musica scelta, il bel costume, la figura
elegante, il viso quasi di bambola, ma che del giocattolo non aveva affatto
la fissità, insomma qualcosa c’è stata in questa esibizione
che mi ha raggiunta ed emozionata, al di là di ogni valutazione tecnica,
stilistica, ecc. ecc. (che stress: non si può dire che una cosa è bella
e basta?!).
Barbara Pettenati e Sam Rabou… che coppia! Che sorpresa!
Si, si, e ancora si! Donna e uomo, linee nette e confini rispettati, seduzione
e ritrosia, forza e tenerezza, amore e ripulsa, come in un bel film in bianco
e nero di quelli che piacciono tanto alla zia qui presente. Eppure la proposta
classica nei ruoli è risultata nuova nell’ambito in cui è stata
presentata, dove troppo spesso il ballerino tende a subire la supremazia tecnica
della ballerina ed a imitarne i passi, con effetti spesso parodistici. Una
performance su cui lavorare, vale la pena davvero: bravi, ragazzi!
La
Compagnia delle Almee… (priva,
ma solo sulla scena, della sua fondatrice Oriana - io l’ho apprezzato,
sapete, che lei non sia salita in questa occasione sul palco) si è prodotta
in un brano Tribal Fusion bello tosto, denso e ben eseguito, che non poteva
essere più lontano di così dalla
Danza Orientale, fosse solo per lo sguardo inquietante e duro con cui le “tribaline” (me
lo consentano, è detto con affetto) scrutavano
un pubblico ipnotizzato, ma anche per togliere ogni dubbio su "chi contamina
cosa", andando decisamente oltre (… e finiamola… la Tribal è figlia
della Raqs Sharqi? Si, ma come ogni discendente fa la sua strada ed ha una
sua dignità, che abbia il suo seguito o meno: bomba liberi tutti!).
A me è piaciuto, e molto, la prima sera, però la seconda avrei
voluto vedere qualcos’altro (e avevano pronto un altro pezzo... ma
si è trattato
di una ripetizione
"a grande richiesta"!).
Sharon Kihara… (“…non l’hai
messa per prima! Ahhhhhh! Sacrilegio!” Suvvia non vi ho detto che
l’ordine è casuale?!).
Lei è tale e quale, in scena, fuori, e durante una lezione. Sarà che
i tatuaggi non si possono cancellare a seconda delle occasioni? Sarà che
davvero per lei la Tribe (“tribù” intesa proprio come comunità) è una
cosa reale fatta di persone, di amiche, e non esiste solo sulla scena, anzi
non potrebbe arrivare sul palco se non fosse nutrita da una realtà “umana” che è quanto
di più distante ci possa essere dalla finzione scenica? Vabbè,
sto andando fuori tema… mi cavo d’impaccio rimandandovi al supplemento
d’intervista che sarà presto (!! abbiate fede !!) online su queste
pagine.
Raja - Silvia Ruffin… tra gli assoli più apprezzati
dalla sottoscritta, ci ha presentato un bel baladi, pulito ed elegantemente
confezionato. Senza nulla togliere alla danzatrice, ci tengo però a testimoniare
che è stata
apprezzatissima anche nelle vesti di conduttrice della seconda serata. Un appello
per lei: scritturatela a vita!! Con grande spigliatezza, padronanza delle lingue
(!), e simpatia, ci ha davvero sostenuti e guidati durante la serata, spremendo
ogni applauso possibile dalle nostre esauste manine. E con questo mi esimo
dal sottoporvi ad una tirata a parte sull’importanza del ruolo del presentatore
nello spettacolo, e sulle sue caratteristiche irrinunciabili.
Mouna Bounouar… una delizia autentica, con i cimbali suonati davvero
e non indossati, con un’interpretazione che ha supplito finanche all’assenza
di sottotitoli, tanto è stata significativa degli stati d’animo
e delle emozioni evocate dall’inaccessibile (ai più) testo della
canzone: Pussy Cat il titolo del suo brano, “gattina”, e come tale
ha fatto le fusa per noi ed ha mostrato le unghie, intrigante e giocosa felina.
Sandy D’Alì… il Vesuvio che danza?! Non
sono originale, lo so, e la sintesi è estrema, ma così non mi
sforzo di trovare aggettivi per lei, che ne merita tanti, e, senza sforzo apparente,
danza. I suoi assolo sulle percussioni mi coinvolgono sempre tanto, e siamo
ai massimi livelli, a mio avviso, per quanto riguarda la fusione armoniosa
tra donna e tabla, per non parlare di quella goccia di ironia che rende il
tutto ancora più brillante
e che io apprezzo immensamente.
Wael Mansour… (eravate in pensiero?! Ormai lo davate
per perso!? Sciocchine) ci ha regalato due saggi della tradizione, il bastone
e la Tannoura, due interpretazioni di grande qualità, eseguite magistralmente,
centratissime per la serata e come tali applauditissime anche dalla sottoscritta.
E con Wael termino in bellezza (!!) la seconda parte del mio reportage: la terza e conclusiva sarà on-line presto...