Associazione Culturale
Immaginari e dintorni della Danza Orientale
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"Porta Palazzo mon Amour"

a cura di Silvia Milano e Paola Ziliotto Boudress

Torino - Teatro Nuovo dal 26 Aprile al 4 Maggio 2008

Su invito di una delle interpreti la nostra redazione ha pregato di partecipare in sua vece due care amiche che, in qualità di inviate "molto" speciali, hanno assistito ad una delle rappresentazioni.

Condividendo le motivazioni della richiesta vi riportiamo le parole di Carola (ringraziandola per averci coinvolti!), come nel nostro stile, citandola integralmente:
"Sebbene sia un lavoro di danza contemporanea e ci sia solo un brevissimo quadro della durata di un minuto in cui si rievoca la danza orientale, credo che la tematica sia di grande interesse.
Tratto dal libro del marocchino Mohammed Lamsouni, Porta palazzo mon Amour racconta la vita e le sofferenze del quartiere torinese a più alto tasso di immigrazione. Una sorta di universo a sé stante.
Credo fermamente che possa essere importante una critica su quest'opera perchè aprirebbe il confronto e spingerebbe la danza orientale ad articolare di più i propri spettacoli e la regìa."

Un ultimo ringraziamento a Paola e Silvia per la disponibilità... e veniamo allo spettacolo :-)

Recensione

Bello, anche se corto, lo spettacolo "Porta Palazzo mon amour" a cui abbiamo assistito sabato 26 aprile al Teatro Nuovo di Torino e in programma fino al 4 maggio.
Esso trae spunto da un testo di Mohammed Lamsuni, poeta e scrittore marocchino, trapiantato da anni nella nostra città e diventato un emblema culturale proprio nel quartiere popolare, ad alta densità multietnica, che una volta i torinesi chiamavano Porta Pila.

Nascono alcune domande, soprattutto dopo aver letto un'intervista, apparsa su internet, in cui l'autore parla del suo concetto di scrittura, intendendola come "delazione ossia tagliare i panni addosso".
Questa definizione non l'abbiamo compresa e non è stato particolarmente facile, inoltre, trovare il nesso nell'opera teatrale con la "piemontesità", peraltro citata nel programma di sala e non espressa nella performance, a parte all'inizio attraverso la proiezione di alcune vecchie foto del mercato.
"La penetrante musica maghrebina intarsiata con struggenti reminescenze della torinesità" promessa dal programma e che avrebbe dovuto fare da "filo conduttore alle confessioni, alle proteste, alle grida di disperazione o di speranza, cantate, recitate, mimate, danzate" non è trasparsa nè dalle musiche di Goldenthal, nè dalla magia della voce di Maria del Mar Bonet, nè dalle belle coreografie più che altro ispirate da danza moderna e un... soffio di flamenco.

I pochi momenti di reale espressione multietnica nella danza li abbiamo potuti percepire, a nostro parere, in quanto "addette ai lavori".
La silhouette della danzatrice, tutta vestita di nero, ondeggiante in alcuni tipici movimenti della danza mediorientale, ci ha affascinate per l'eleganza e l'emozione comunicate.
Ma ci chiediamo quanti spettatori, a parte noi, abbiano veramente potuto decodificare il movimento.

Gli altri brani musicali, molto belli, sono stati interpretati magistralmente dalla compagnia, all'interno della quale oltre a quello del figlio dell'autore, compaiono nomi e cognomi stranieri che ci hanno fatto forse comprendere da dove sia sgorgato un altro spunto per la realizzazione di uno spettacolo multietnico.

La risposta ai nostri dubbi e alle lacune nella comprensione è giunta dopo una quarantina di minuti, quando la Direttrice del Teatro Nuovo, salendo sul palco ha dichiarato che la rappresentazione era l'espressione di un progetto in embrione, ancora da sviluppare.
In effetti il momento portante della serata è stata la premiazione di danzatori e coreografi di alcune scuole di danza del Piemonte.
All'improvviso i numerosissimi adolescenti che si trovavano nel pubblico si sono alzati per recarsi sul palco che si è riempito lasciando in sala noi due e qualche trepidante genitore.

Torneremo sicuramente a vedere lo sviluppo di questo lavoro (in programma nella versione integrale il 6 giugno ed il 25 luglio NDR) augurandoci che lo spirito con cui verrà realizzato, superi lo stereotipo di una certa demagogia, manifestata attraverso alcune frasi degli attori, tra le quali: "non sempre chi nasce povero diventa criminale e non sempre chi nasce analfabeta diventa spacciatore; la differenza non è nella natura, ma nella cultura".

Ci aspettiamo inoltre che sia valorizzato non solo il messaggio socio-culturale ma anche quello artistico in modo di permettere al "corpo danzante", attraverso la comunicazione non verbale, un maggiore impatto emotivo.

13 Maggio 2008 - Intervento

Carola Marucchi

Per prima cosa vorrei ringraziare calorosamente Paola Ziliotto Boudress e Silvia Milano per la recensione dello spettacolo "Porta Palazzo mon Amour".

Effettivamente non era semplice la lettura di uno spettacolo che solo ora è stato portato da 30 minuti embrionali ad un'ora completa.
I testi recitati sono stati presi direttamente dal libro sia per le parti in italiano, sia per quelle in arabo e, nonostante la demagogia, costituiscono testualmente il pensiero dell'autore.
Per quanto riguarda invece la coreografia e le musiche, l'intenzione nell'opera contemporanea non è essenzialmente didascalica e descrittiva.
Nel tempo il fenomeno coreutico si è allontanato dalla pantomima e dalla raffigurazione. L'evoluzione ha portato le creazioni ad un piano più emotivo e sottile, talvolta supportate da elementi che non hanno a che fare direttamente con ciò che si sta rappresentando, violando i canoni tradizionali e le modalità compositive scontate.
Ecco che le musiche di Maria del Mar Bonet abbinate a certa gestualità potrebbero far dire: "ma come?? una cantante catalana che cosa ha a che fare con l'immigrazione e con il Maghreb?".
La ricerca è quella di uno stato emotivo più che di un'osservazione razionale. La musica, le pause e le suggestioni sceniche si raggrumano nell'anima prima che nella mente. Le musiche piemontesi di Bruo Colì hanno aperto il primo quadro coreutico insieme alle proiezioni della vecchia Porta Palazzo. Anche la musica pertanto non è descrittiva.
Ciò che personalmente trovo interessante però sono le Transizioni.
Tra un brano e l'altro non esiste uno stop. La scena è ancora viva, dissolvenze musicali legano un quadro ad un altro. Le transizioni diventano così un momento fondamentale del lavoro coreografico come "luogo" di trasformazione e di suggestione.
Ecco che qui apro il confronto con la danza orientale dove la maggioranza degli spettacoli si presentano come una rassegna di coreografie e costumi nella quasi più tradizionale formula saggio...
Anche il miglior tentativo di rappresentare la danza orientale nel modo più teatrale, mi riferisco per es. alle Soeurs Tribales, ha messo in sequenza brani e stili senza quelle "transizioni" che danno corpo all'opera.
Non me ne vogliano le Soeurs, che stimo per la loro ricerca, ma davvero penso che gli "addetti ai lavori" potrebbero osservare questa cosa nelle altre realtà e vederne l' impiego nei balletti classici, nei lavori contemporanei di Nikolais, North, Max Luna, Monteverde, Linke, Mohovich, Levaggi, Cannito, Sungani, del Tanztheater tedesco...
perchè non guardare oltre la nostra amata danza orientale e far tesoro di ciò che, in altri ambiti, ha ormai raggiunto alto valore artistico e professionale?
In fondo la danza orientale sta cambiando e oggi ne viviamo le prime contaminazioni, i primi tentativi di codificazione, che ci piaccia o no. I conservatori della tradizione sono necessari tanto quanto chi promuove il cambiamento, non c'è un giusto, non un vero. Ciò che distingue è la professionalità.
Io credo che abbia ragione Miles Copeland quando dice: "le grandi arti crescono, non stagnano entro rigide norme... e la cultura non è una strada a senso unico".

Ringrazio ancora Paola e Silvia augurandomi possano vedere la versione completa di "Porta Palazzo mon amour", e all'occasione avere il piacere di incontrarle personalmente.
Un abbraccio. Carola.

 

 

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