Perché sono qui?
Me lo chiederei ogni giorno, quando al mattino accendo il computer; ma poi non lo faccio perché ogni tanto mi arrivano i vostri feedback, positivi o negativi che siano, vengo a sapere di iniziative davvero belle e valide, leggo della vostra dedizione ed entusiasmo, ricevo qualche conferma che “si, è utile” quello che stiamo facendo, qualcosa di più qualcosa meno, un incoraggiamento a procedere, una critica, sempre apprezzata, un suggerimento per migliorare.
Perché al di là delle manifestazioni più o meno pubbliche io lo so che qualcuno tra voi è diverso e non sta al gioco “tutti di qua contro quelli di là”, la maggioranza di voi si impegna, non per la medaglia del migliore o per rubare il posto o il lavoro di un altro, con molti di voi posso scambiare parole e idee, e non sono solo “quella da tenere buona perché in fondo fa pubblicità a tutti gratuitamente” o da stigmatizzare e snobbare proprio perché lo fa per tutti e non solo per chi se ne riterrebbe più degno e desidererebbe a priori un rilievo maggiore.
Ma ci sono momenti in cui questa domanda diventa tristemente ingombrante
ed esige una risposta.
Perché sono qui?
Allora mi rispondo ripercorrendo vicende personali
(fauste ed infauste, che vi risparmio) e infine devo anche dirmi
che in fondo io sono qui perché ho un sogno, vabbè… vi
sembra altisonante, perdonatemi, allora diciamo che ho un obiettivo.
E il mio scopo non è mai stato quello di collezionare tante belle pagine fine a se stesse (eventi, insegnanti, notizie… di più, sempre di più, tanto da sentire più il peso della responsabilità che la gioia di contribuire) ma di mettere a disposizione di tutti gli strumenti base dell’informazione, per crescere, perché ognuno di noi possa farsi un’opinione personale, perché possiamo confrontarci serenamente, e possiamo infine arrivare a distinguere, ognuno per se stesso e con naturalezza, il buono dal meno buono, l’ottimo dal migliorabile, quello che va bene per noi da quello che sicuramente avrà un target diffuso ma non ci corrisponde.
E’ una mia illusione forse, ed anche quando ha vacillato non si è mai spenta in questi anni, anche quando ho dovuto prendere amaramente nota dei nostri limiti umani: la carenza di autocritica, la poca dimestichezza con la dialettica e l’ironia, la vigliaccheria e la presunzione (le metto insieme e non a caso), l’invidia e l’irriconoscenza (altra coppia fatale), e infine la cattiveria sempre gratuita anche quando si ritiene di essere stati provocati.
Ma quando esprimere il proprio parere diventa un lusso per “cuor di leone” e viene preso, quando va bene, come una provocazione, e invece le lodi passano in silenzio tra la commiserazione di chi le ritiene prezzolate e l’applauso incondizionato degli appartenenti alla stessa fazione, c’è qualcosa che decisamente non va.
Allora nasce in me un’altra domanda, e se lo chiede una che
tra guelfi e ghibellini ha le radici, e con l’istinto del campanile
combatte ogni giorno perché prevalga una visione più ampia.
Dobbiamo
per forza schierarci o di qua o di là?
E qual’è la
linea di confine? Il territorio geografico?
Capirei fosse un dichiarato
e più o meno legittimo interesse
economico, ma no l’alibi è sempre quello dell’Arte,
che come la Ragione è destinata così, proprio da chi
la invoca, a fare una brutta fine.
Personalmente rifiuto con tutta me stessa questa logica.
Ma forse è più importante
avere la cieca certezza dell’appartenenza o la scomoda libertà del
dubbio?
A me di dubbi ne sono venuti tanti in questi anni, davanti alla diffusa incapacità di comprendere l’altrui punto di vista, non dico di condividerlo, parlo semplicemente della capacità di fermarsi al significato letterale di un pensiero che non ci appartiene, di accettarne la dignità in quanto espressione di un altro essere umano (fallibile, come lo siamo tutti), senza cercare di svilirne l’immagine, o peggio di screditare la nostra stessa posizione con un atteggiamento arrogante e provocatorio, quando basterebbe restare aperti al confronto anche accettando i nostri stessi errori.
Forse, se “Dubito ergo sum” (dubito quindi sono) era il motto di uno dei padri della Chiesa, possiamo permettercelo anche noi nella nostra pochezza di fede e di certezze, senza appartenere a sette e senza sentirsi in dovere di fare la guerra a chicchessia.
Quindi io resto nel dubbio, e invece di proseguire con la cronaca di un confronto inesistente e ormai preso a pretesto al di là delle nostre intenzioni per sfogare un malinteso senso di appartenenza che nessuno di noi ha voluto minimamente intaccare o svilire, chiudo qui questa pagina.
So che esistono le guerre di religione, e che andranno avanti, con
i morti e i feriti del caso, anche se non saranno ospitate su queste
pagine.
Non è questo il loro posto, e almeno finché manterrò viva
l’illusione che possiamo e dobbiamo andare oltre questa fase,
di spazio per queste, e per coloro che le fomentano o anche solo
le accettano senza intervenire con fermezza, su LucyintheSky non
ce ne sarà più.