Ricerca storico – antropologica
Non è possibile aprire un discorso partendo dal tema congressuale “Caleidoscopio delle Danze Orientali” senza prima affrontare un’analisi storico - antropologica sui culti della Dea Madre e le forme archetipe e simboliche a cui le Danze Orientali intrinsecamente sono legate.
Cercherò di approfondire il discorso attraverso i “mille volti della Dea” intesa come Dea Madre ed i culti ad essa legati nella storia dell’umanità, dalla preistoria indo-europea a quella assira – babilonese ed egiziana, fino ad arrivare alle forme medioevali e contemporanee di culti e riti, e come essi subirono una trasformazione in negativo nel periodo oscurantista dell’Inquisizione del 1500.
Simboli e Forme ricorrenti nella danza si trovano lungo il percorso della ricerca: cerchio che diventa spirale ed a sua volta diventa triade nella sfaccettatura poliedrica della figura della Dea Matris. Le forme a loro volta acquistano valore simbolico ed esoterico ed attraverso esse la danza nei millenni arriva fino a noi, attraversando culture ed usanze, con la sua carica energetica.
Il valore archetipo delle Danze Orientali e la sua forza stanno proprio nel perdurare universale e simbolico di cui sono portatrici. Sono, queste, forme pre-patriarcali legate ai valori primari delle culture matriarcali e matrilineari. Le forme che all’origine erano proprie della danza poi si trasformano in simboli astratti proiettati nelle forme architettoniche delle Chiese e delle Moschee. La danza acquista un valore “carnale” in negativo, deprivata dai suoi simboli archetipi, e diventa danza “lasciva” e d’intrattenimento nel mondo arabo o danza del demonio e patrimonio delle streghe nel mondo cristiano.
Il Monoteismo, dall’Ebraismo al Cristianesimo, all’Islamismo, pur adottando simboli ad essi legati, hanno perseguitato condannandoli questi culti della Dea Madre ed assieme ad essi ovviamente le danze destinate ai culti. Solo nel mondo arabo l’isolamento delle donne all’interno delle loro case ha potuto custodire la danza, tramandata dalla nonna alla mamma e da essa alla figlia …. Continuando il moto perpetuo dell’evoluzione del Culto della Dea, della sua Triade, tramandata dall’anziana nonna alla madre e da essa a sua volta alla figlia.
La Dea Triplice

simboli rappresentanti la Dea triplice, ed i tre aspetti della Luna
Gli dei principali sono:
la Madre Terra (spesso chiamata mia/nostra
Madre), vista come personificazione delle realtà materiali
e identificata con il concetto della Dea Triplice.
Bèal, è la
personificazione delle realtà non materiali.
Dalon Ap Landu, il
Signore dei Boschi.
Ai primi due vengono solitamente associati la Terra e il Sole . Ma la cerchia delle divinità non si chiude qui.
Il Druidismo si basa anche sulla credenza di spiriti e divinità della natura come:
- Cernunnos, il Dio Cervo chiamato spesso anche Re Cervo;
- Morrigan, la dea della guerra rappresentata sotto le spoglie di un corvo; lo stesso Piccolo-popolo
- Lugh, il Dio della luce e di tutte le arti.
- Arkan Sonney, è un piccolo maialino e si dice che chi lo acchiappi trovi fortuna per tutta la vita. Sono anche conosciuti con il nome di Lucky piggy.
- Banshee, al contrario di come spesso si pensa la banshee è un folletto socievole, femminile, divenuto però solitario per i dolori patiti.
- Leanhuan Shee, è un bellissimo spirito femminile Irlandese che vaga alla ricerca dell'amore degli uomini.
Tra le divinità druidiche ci sono anche animali come il lupo e il serpente, che non sono vere e proprie divinità ma incarnano simbolicamente degli spiriti della natura. Il serpente ad esempio è lo spirito della medicina, della salute, del mistero, della magia, ad esso si attribuisce conoscenze e saggezza.
Druidismo o Celtismo è una religione neopagana
nata come continuazione dell'antica religione celtica. Il Druidismo è una
religione che promuove pace, preservazione e armonia della e con la natura.
Negli ultimi anni sta riscuotendo particolare successo, attirando soprattutto
le nuove generazioni.
Molti si convertono al Druidismo o ad altre religioni
neopagane per la semplicità e
la spontaneità dei loro insegnamenti che si basano sulla pace, il
rispetto e l'armonia con la natura. Per il Druidismo inoltre, l'essere umano
non è superiore al resto del mondo e degli esseri viventi, ma fa parte
di esso.
Con l'arrivo del Cristianesimo, divinità e simboli delle religioni pagane vengono assimilati per essere convertiti in demoni infernali e simboli satanici. Il serpente è infatti uno dei principali simboli maligni cristiani.
L'immagine della Madonna che calpesta la testa del serpente è esemplare della trasformazione avvenuta.
Per divinità che non è stato possibile cancellare sono stati creati santi, primo tra tutti San Patrizio, nonché l'uso del trifoglio che si fa nella sua leggenda: originariamente usato per la triplice immagine della Dea diviene simbolo della Trinità.
Nelle raffigurazioni della Dea la Luna spicca come ricorrente elemento iconografico.
La Wicca è la più diffusa e influente delle religioni appartenenti al movimento neopagano.
La religione wiccan viene presentata per la prima volta nel 1954 attraverso
gli scritti di un ex funzionario pubblico britannico esperto di esoterismo,
Gerard Gardner.
Questi afferma di essere stato iniziato ad una vecchia tradizione
misterica, continuazione dei culti esoterici medievali etichettati come stregoneria,
a loro volta imperniati sulle religioni pagane dell'Europa antica.
Wicca non è sinonimo di Paganesimo, così come Wiccan non è sinonimo di pagano né tantomeno è correlabile alle branche recenti del paganesimo, come il Druismo e l’’Odinismo.
Un altro nome attraverso cui viene indicata la Wicca è quello di
Vecchia Religione, denominazione ereditata quasi certamente dalla Stregherai
e tutt'oggi condivisa sia da questa tradizione sia dalla Wicca.
Tale definizione è radicata
nella convinzione sull'effettiva veridicità delle teorie di un
ipotetico culto ancestrale della Dea Madre - universalmente
diffuso nell'Europa Preistorica e trasversalmente nelle
spiritualità pagane del mondo classico - da cui la religione
wiccan discenderebbe.
Nelle antiche mitologie indo-europee, varie dee o semidee costituivano triadi.
Le greche Moire, Grazie, Parche e le nordiche Norne erano singole divinità ma raffigurate in tre aspetti (la greca Ecate).
Origini del concetto di Dea Triplice

L'emblema di Diana di Poitiers - costituito da tre mezzelune intrecciate - è un altro simbolo, meno comune, adottato dai neopagani per rappresentare la Dea Triplice.
Il termine Dea Triplice viene popolarizzato da Robert Graves che constata come l'archetipo delle triadi di dee ricorra frequentemente nelle mitologie indo-europee.
Il tema della trinità della Dea è studiato nelle opere di Jane Ellen Harrison, A.B. Cook, George Thomson, Sir James Frazer, Robert Briffault e Jack Lindsay per nominarne alcuni. La Dea triplice è anche studiata da psicologi studiosi degli archetipi come Károly Kerényi, e Carl Jung. Uno degli studiosi che ha trattato il tema più di recente è l'archeologo Marija Gimbutas i cui studi sull'Europa antica hanno aperto nuove strade di ricerca.
I testi completi pubblicati di antichi papiri dell'Egitto greco-romano sono esempi esaustivi del fattoche il concetto della Dea triplice sia stato ampiamente diffuso nelle culture antiche.
Nei testi la Selene a tre facce è identificata con le tre Grazie, le tre Moire e le tre Parche; spesso ci si rivolgeva ad essa con i titoli di parecchie dee:
« ... loro ti chiamano
Ecate,
dea dai molti nomi, Mene,
Artemide lanciatrice di dardi, Persefone,
Signora dei cervi, luce nel buio, dea dai tre suoni,
dea dalle tre teste, Selene dalle tre voci,
dea dal triplo volto, dea dal triplo collo,
dea delle tre vie, che tiene,
la fiamma perpetua in tre contenitori,
tu che offri la tripla via,
e che regni sulla tripla decade. »
All'interno del poema è ampiamente descritta come giovane, portatrice
di luce... figlia di Morn, come madre di tutto, prima ancora che
gli dèi nascessero, e come dea del buio, portatrice di quiete.
È esaltata
in qualità di divinità suprema del tempo e dello spazio:
« ...madre degli dèi,
degli uomini, della natura, madre di tutte le cose...
...l'Origine
tu sei la fine, e tu sola regni su tutto.
per tutte le cose che provengono da te, e che agiscono in te...
tutte le cose, giungono alla loro Fine. »
Il papiro rivela elementi dell'Egitto greco-romano non solo presi dalla tradizione classica egiziana ma anche dalle culture della Mesopotamia e del Medio Oriente in generale. La triplicità della Dea, in questi testi, è uno dei tempi più ricorrenti.
L'immagine della Dea ha anche influenzato la poesia inglese.
Da un'opera
di John Skelton:
« Diana in the leavës
green,
Luna that so bright doth sheen,
Persephone in Hell. »
La Dea triplice è inoltre un elemento caratterizzante dello Shaktismo, una forma di Induismo in cui le tre entità di Sarasvati, Lakshmi e Kali e le loro sotto-manifestazioni sono tre aspetti di Maha Devi (La Grande Dea) e in questo caso esse vengono chiamate MahaSarasvati, MahaLaksmi, e MahaKali. Nel festival annuale di Navarati, raffigurazioni della Dea triplice vengono portate in processione nelle città indiane e nelle comunità induiste del resto del mondo.
Il tema della triade appare anche nelle tradizioni folkloristiche medievali cristiane — in particolare con il culto delle Tre Marie.
In una delle ironie della storia religiosa, un santo rinunciò alla sua religione d'origine per convertirsi al culto di una dea che poteva essere una e tre allo stesso tempo. Questo è riportato nel suo secondo libro, La città di Dio. Con il tempo scrisse un terzo libro, Sulla trinità, e divenne un fermo sostenitore della natura triplice della divinità.
Descrizioni delle relazioni tra la religione greca e la Dea triplice possono essere trovate in molti dei miti tradotti e pubblicati da Robert Graves nei libri I miti greci, La dea bianca e Mammon e la dea nera.
Nell'introduzione del libro che scrisse con Idries Shah, intitolato I Sufi, offre una traduzione del mistico sufista Ibn 'Arabi Muhyi-d-Din (1165-1240) che illustra come il concetto della Dea triplice era un tema ricorrente anche tra i Sufi medievali:
« Io seguo la religione
dell'Amore,
Adesso vengo spesso nominato
ora monaco cristiano,
ora saggio persiano. »
« La mia appartenenza è il
tre,
tre che può essere anche uno;
molte cose appaiono come tre,
ma non sono più di una cosa sola. »
« Non datele nome,
Come se servisse a limitarla ad una cosa sola
alla vista della quale
tutte le limitazioni si confondono. »
In questo libro, Robert Graves e Idries Shah analizzano le influenze che il Cabalismo medievale e le credenze pre-islamiche hanno sulle sopravvissute tradizioni pre-cristiane dell'Europa.
Nell'Arabia pre-islamica un gruppo di tre dee chiamate le tre figlie di Allah era costituito da: al-Lat (la dea), Uzza (il potere) la giovane, e Manat (il fato) la vecchia. Erano conosciute collettivamente anche come le tre gru.
Il nome al-Lat è conosciuto attraverso le opere di Erodoto in cui è presente nella versione Alilat.
Ma l'archetipo della Dea triplice non si limita alle culture indo-europee, e può essere rintracciato anche in culture africane e asiatiche.
Immagini di dee triplici possono essere trovate anche in raffigurazioni apolitiche.Le stanze del santuario di Catal Huyuk datate 7500 anni avanti Cristo contengono bassorilievi di una dea in tre forme.
I tre aspetti della Dea
La triplice spirale druidista, altro simbolo per rappresentare i tre aspetti.
I fedeli alla religione Wiccan e altre correnti neopagane credono che, tempo prima della diffusione dei culti monoteistici, la Dea triplice impersonava i tre aspetti della Dea Madre (o Madre Natura, o Grande Dea), spesso erroneamente identificata con Gaia, la Madre Terra (la Magna Mater romana).
I tre aspetti della Dea sono la Giovane, pura e rappresentazione del nuovo inizio; la Madre, generatrice della vita, disponibile e compassionevole; e la Vecchia Saggia, rappresentante il culmine della vita nella totale conoscenza ed esperienza. Questi aspetti rappresenterebbero il ciclo della vita: nascita, vita e morte, che si riproducono all'infinito in un cerchio continuo.
In alcune religioni neopagane che hanno inglobato il concetto della Dea triplice spesso i tre ruoli vengono assegnati a dee diverse.
La giovane rappresenta la nascita, lo sviluppo futuro, l'incanto, il principio femminile. Dee identificate in questo aspetto possono essere: Brigid, Nimue, Durga, Verdandi, e altre.
La Madre rappresentante la fertilità, l'equilibrio, il potere, la misericordia. Può essere identificata con: Aa, Ambika, Cerere, Astante, Lakshmi, Urd, e altre.
La Vecchia rappresentante la saggezza, il riposo e la compassione. Può essere identificata con: Hel, Maman Brigitte, Oya Yansa, Skuld, Sedna, Kali, e altre.
Sempre il simbolo wiccano, ma con i colori simbolici.
Graves identifica il triplice aspetto della Dea con le tre fasi della Luna.
Un errore frequente nelle scritture neopagane è la confusione della Luna
nuova con la Luna crescente. Il termine Luna nuova si
riferisce alla fase della Luna in cui essa è totalmente oscurata e non
può essere confuso con la Luna crescente, la
fase in cui avviene il passaggio da Luna nuova a Luna piena.
In La dea bianca, Graves scrive: "...the New Moon is the white goddess of birth and growth; the Full Moon, the red goddess of love and battle; the Old Moon, the black goddess of death and divination."
« La Luna nuova è la
dea bianca della nascita e della crescita;
la Luna piena, la dea rossa dell'amore e della battaglia;
la Luna calante, la dea nera della morte e della divinazione. »
Dee del destino
Un altro archetipo inter-culturale è quello delle tre dee del fato. Nella mitologia greca erano le Moiren, in quella nordica le Norne. La manifestazione della dea del fato in forme multiple è anche attestata in un papiro dell'antico Egitto, in cui si descrive la nascita di un figlio come una grazia della Sette Hathor.
Nel folklore greco, è ancora diffusa la pratica di preparare, la sesta notte dopo la nascita, un tavolo basso con cibo e bevande per invitare il destino ad entrare nella casa per benedire il neonato. Una cerimonia simile è praticata in India, dove la dea che visita la casa è Sashthi (la sesta). Persino nei racconti scandinavi ricorre la visita delle Norne in caso di nascite. Le raffigurazioni delle dee del fato sono spesso donne in vesti di sacerdotesse.
Moire
« ...la Notte generò l'odioso
Moros (il fato), la nera Chera (annientatrice
nere - sin. morte),
Thanatos (la morte), generò Ipnos (il
sonno),
generò la stirpe dei Sogni,
senza unirsi a nessuno
la Notte tenebrosa li generò,
così anche Momo
(il sarcasmo) e Oizis (l'inquietudine) dolorosa,
e
le Esperidi, che custodiscono le mele d'oro bellissime
e gli alberi carichi
di frutti al di là del nobile Oceano;
e Moire (fate nere - in latino le Parche) generò,
e le Chere (sin. Moire) inesorabili,
Clothos, Lachesis e
Atropos:
che alla nascita degli
uomini filano le loro sorti di bene e di male,
loro
perseguono i crimini degli uomini e degli dei,
terribilmente irate,
senza mai smettere, finché non hanno punito
duramente il delitto,
chiunque lo abbia commesso; »
(Teogonia di Esiodo)
Le Moire è il nome dato alle figlie della notte, o di Zeus e di Temi o secondo altri di Zeus e Ananke. Ad esse era connessa l'esecuzione del destino assegnato a ciascuna persona e quindi erano la personificazione del destino ineluttabile.
Erano tre: Cloto, che filava lo stame della vita; Lachesi che lo svolgeva sul fuso e Atropo che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile. La lunghezza dei fili prodotti può variare, esattamente come quella della vita degli uomini. A fili cortissimi corrisponderà una vita assai breve, come quella di un neonato, e viceversa. Si pensava ad esempio che Sofocle, uno dei più longevi autori greci (90 anni), avesse avuto in sorte un filo assai lungo.
Si tratta di tre donne dall'anziano aspetto che servono il regno dei morti, l'Ade. Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini accentuano e rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci.Pindaro, in epoca più tarda, le indicò invece come le ancelle di Temi,al suo matrimonio con Zeus. Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all'obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l'ordine dell'universo,al quale anche gli dei erano soggetti. Si dice che avessero un solo occhio che usassero a turno.

Le Tre Grazie nella Primavera del Botticelli 1478
Le Grazie sono personaggi della mitologia greca. Erano figlie di Eurinome e Zeus o di Egle e Elios (il Sole), altrettanto diffusa la versione che le vuole figlie di Afrodite e Dioniso. Secondo Esiodo, le grazie sono:
- Aglaia lo splendore
- Eufrosine la gioia
- Talia la prosperità
Nella letteratura, Ugo Foscolo canta la loro figura nel suo carme intitolato, appunto, Le Grazie.
Le Grazie, protette da Mercurio, in greco Càriti, rappresentano, nella figurazione classica, la perfezione a cui l'uomo deve tendere nonché le tre qualità che una donna dovrebbe avere.
L'Enneade
Un'espansione del concetto di triade è l'enneade, ovvero un gruppo di nove aspetti o nove dee, come ad esempio le nove Muse. Un'enneade può essere anche costituita dall'unione di tre triadi, come le Moire, le Grazie e le Parche.
Ishtar
Come spesso accade i numerosi miti riguardanti Ishtar sono spesso in contrasto tra loro.In alcuni racconti è figlia di Sin, dio della luna, e sorella di Shamash, dio del sole mentre in altri è descritta come figlia di Anu, dio del cielo.
In tutti i racconti si mantiene comunque l'associazione della dea con il pianeta Venere che le comporta l'appellativo di Signora della Luce Risplendente, e l'iconografia della dea è associata alla stella ad otto punte (un simbolo che si ritrova anche nell'iconografia cristiana correlato alla Vergine Maria).
Il simbolo della stella ad otto punte rievoca il fatto che il pianeta Venere ripercorre le stesse fasi in corrispondenza di un ciclo di 8 anni terrestri, cosa già ampiamente conosciuta agli astronomi/astrologi sumeri.
Nell'Epopea di Gilgamesh Ishtar rappresenta l'amore sensuale e viene descritta come innamorata via via del pastore Tammuz poi di un uccello, di un leone, di un cavallo, di un giardiniere ed in ultimo di Gilgamesh stesso che la rifiuta a causa della crudeltà della dea che aveva condannato ad un triste destino tutti i suoi precedenti amanti.La morte di Tammuz è anche descritta nell'opera Discesa di Ištar negli Inferi dove la dea, dopo essere discesa nell'oltretomba ed essere stata giudicata e giustiziata, rinasce scambiando il proprio corpo con quello dello sposo Tammuz.
Diffusione del culto in Egitto
Il culto di Ishtar si diffuse anche in Egitto durante la XVIII dinastia.
Secondo la tradizione il culto potrebbe essere stato importato in Egitto da Amenhotep III con la richiesta fatta a Tushratta, re di Mitanni, di poter avere la statua della dea conservata a Ninive allo scopo di curare una malattia del sovrano egizio.
Nell'iconografia egizia la dea è talvolta raffigurata nell'atto di allattare.
Sincretismo con altre divinità
La figura di Ishtar si trova connessa con molte altre divinità del Medio e Vicino Oriente come Anath, Anutit, Aruru, Asdar, Asherat, Astarte, Ashtoreth, Athtar, Belit, Inanna, Innimi, Kiliti, Mash, Meni, Nana, Ninhursag, Ninlil e Nintud.
Da questo fatto deriva anche la grande quantità di simboli diversi
associati alla dea.
Essendo in origine una Dea Madre talvolta Ishtar è raffigurata
nell'atto di allattare.
Ishtar (italianizzazione Istar) è la principale divinità femminile del pantheon babilonese e assiro, e il suo culto si estese dai paesi mesopotamici a quelli circonvicini.
Suoi attributi erano l'amore, sia sacro che profano e la guerra; nel culto astrale s'identificava col pianeta Venere. Assimilata alla sumerica Inanna, dea della terra madre feconda, divenne protagonista di numerosi poemi epico-mitologici, tra cui quello della sua discesa agli Inferi. E' questa una bella storia che ricorda l'alternarsi delle stagioni sulla terra ed il perpetuo ciclo della vita:
Nell’Epopea di Gilgamesh, Ishtar scende agli Inferi per strappare loro il suo amato Tammuz; e davanti all'ingresso del mondo delle ombre minaccia, per poter entrare, le più gravi calamità e rovine, tanto che la sorella, dea dei morti, dà ordine di farla passare.
Impone tuttavia che tutti gli ornamenti con i quali si presentava sulla terra le vengano tolti, poiché nel mondo degli Inferi si può accedere soltanto se nudi e senza armi di difesa ed offesa: il guardiano la priva della corona che ha sul capo, poi degli orecchini, della collana di perle e dello splendente pettorale d'oro e di pietre preziose, infine le toglie la cintura che costituisce il simbolo del perpetuarsi della vita; per ultimi gli anelli e l'abito.
Mentre Ishtar si trova negli Inferi, la terra isterilisce, non produce frutti, gli animali non procreano e tutto è desolazione. La dea degli Inferi, per sconfiggere Isthar, le manda contro ogni genere di spiriti malefici recanti malattie e distruzione, ma Ishtar è anche dea della guerra: nulla la sorella può contro di lei.
Gli dei, comunque, non vogliono che Ishtar resti prigioniera degli Inferi e la dea dei morti è costretta ad accettare le condizioni che le vengono imposte: dopo aver chiamato a raccolta il tribunale infernale, restituisce la vita a Ishtar e le concede di riportare sulla terra Tammuz; le rende tutti gli ornamenti mentre a Tammuz viene dato un flauto di lapislazzuli, perché possa esprimere il tripudio del ritorno alla vita.
Inanna
Inanna è la dea sumerica della Terra Madre e il suo culto ebbe larghissima diffusione presso i popoli del Mediterraneo orientale.
La mitologia la mostra protagonista di varie vicende, tra le quali la principale è quella della sua discesa agli inferi; qui essa è uccisa dalla sorella Ereshkigal; ma gli dei intervengono e la restituiscono alla vita.
Il racconto costituisce la concretizzazione letteraria del ciclo stagionale, in cui Inanna si lega a Dumuzi, il dio che muore e risorge, a rappresentare le fine e la ripresa annua delle stagioni.
Nel culto astrale Inanna è identificata con Venere; nelle rappresentazioni artistiche viene simboleggiata in un fascio di canne, che termina in una voluta, da cui pende una banderuola. Quando i Babilonesi e gli Assiri subentrarono in Mesopotamia ai Sumeri, identificarono con Inanna la loro dea Ishtar.
Iside
Iside o Isis o Isi (in lingua egiziana Aset cioè trono), originaria del Delta, è la dea della maternità e della fertilità nella mitologia egizia. Divinità in origine celeste, associata alla regalità (il suo geroglifico include la parola "trono"), faceva parte dell'Enneade.
Figlia di Nut e Geb, sorella di Nefti, Seth ed Osiride, di cui fu anche sposa e dal quale ebbe Horo. Secondo il mito, raccontato nei Testi delle Piramidi e da Plutarco nel suo Iside ed Osiride, con l'aiuto della sorella Nefti assemblò le parti del corpo di Osiride, riportandolo alla vita. Per questo era considerata una divinità associata alla magia ed all'oltretomba.
Iside, fu una delle divinità più famose di tutto il bacino del Mar Mediterraneo. Dall'epoca tolemaica la venerazione per la dea, simbolo di sposa e madre e protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo ellenistico, fino a Roma. Da qui il suo culto, diventato misterico per i legami della dea con il mondo ultraterreno e nonostante all'inizio fosse ostacolato, dilagò in tutto l'impero romano.
Nel sincretismo tipico della religione romana Iside venne assimilata con molte divinità femminili locali, quali Cibele, Demetra e Cerere, e molti templi furono innalzati in suo onore in Europa, Africa ed Asia. Il più famoso fu quello di File, l'ultimo tempio pagano ad essere chiuso nel VI secolo. Durante il suo sviluppo nell' Impero il culto di Iside si contraddistinse per processioni e feste in onore della dea molto festose e ricche.
Le sacerdotesse della dea vestivano solitamente in bianco e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente a frutto dell' influenza del culto autoctono di Vesta, dedicavano talvolta la lorocastità alla dea Iside. La decadenza nel Mediterraneo del culto di Iside fu per lo più determinata da nuove religioni misteriche quali lo Zoroastrismo e lo stesso Cristianesimo.
Inno a Iside
Rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto; risalente al III-IV secolo a.C.:
Perché io sono la prima e l’ ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la Madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.
Iside e la Vergine
Esistono tratti comuni nell'iconografia relativa a queste due figure, ed è ragionevole
supporre che già l'arte paleocristiana si sia ispirata alla raffigurazione
classica di Iside per rappresentare la figura di Maria: la
comunanza in vari dipinti si ritrova per esempio nei tratti delicati ed eterei,
nel tenere entrambe in braccio un infante, che è Gesù Bambino
nel caso della Madonna ed Horus per Iside.
Ancora, con il primo vero affermarsi del Cristianesimo nell'Impero Romano,
sotto imperatori come Costantino e Teodosio e con il conseguente rifiuto e
persecuzione delle altre religioni a Roma e nei domini, il fatto
che vari templi consacrati ad Iside siano stati riadattati e consacrati come
basiliche dedicate alla Vergine, così come
a volte modificati i dipinti e le opere raffiguranti la dea egiziana,
ha sicuramente aiutato l'accomunarsi delle due figure a livello iconografico.
Diana di Poitiers (Anet, settembre 1499 – 26 aprile 1566 ) è stata una nobildonna francese, contessa di Saint-Vallier, duchessa d’Etampes, duchessa del Valentinois, la favorita del Re di Francia Enrico II. Era celebre per la sua bellezza e il suo ruolo influente nella politica del re.
Ibn Arabi. Nacque nel 1165 a Murcia, in al-Andalus, e morì nel 1240 a Damasco. Fu un filosofo e mistico e scrisse più di 846 opere. La sua opera ha influenzato moltissimi intellettuali e mistici sia orientali che occidentali. Si pensa che abbia influenzato anche Dante e San Giovanni della Croce.
L'Epopea di Gilgameshè un poema epico assiro-babilonese, scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d'argilla che risale a circa 3000 anni fa. L'Epopea di Gilgamesh, raccoglie tutti quegli scritti che hanno come oggetto le imprese del mitico re di Uruk ed è da considerarsi il più importante dei testi mitologici babilonesi e assiri pervenuti fino a noi.
La Discesa di Ištar negli Inferi è un racconto della mitologia mesopotamica che narra la discesa della dea Ištar nell'oltretomba. Ci è pervenuto in diverse redazioni in lingua accadica, principalmente da siti archeologici assiri di Assur e Ninive, in molti casi frammentarie e datate a partire dalla fine del II millennio a.C.
La XVIII dinastia si inquadra nel periodo della storia dell'antico Egitto detto Nuovo Regno e copre un arco di tempo dal 1530 a.C. al 1290 a.C. (± 30 anni).
Con Enneade si
intende un gruppo di nove dei che stanno alla base della cosmogonia egizia.
Nella religione egizia si distingue una Grande Enneade, composta
da Atum e da quattro coppie di dei: Shu e Tefnut,
Geb e Nut, Osiride e Iside e Seth e Nefti;
ed una Piccola Enneade, nella quale, oltre ai precedenti,
o talvolta in sostituzione, sono presenti Anubi, Horo, Thot e Maat.
Il centro di culto originario dell'Enneade fu a Eliopoli (dal greco: città del
sole), uno dei maggiori luoghi di culto di tutto l'Egitto.
Il mito della creazione
legato all'enneade narra che:
in principio vi era il Nun, il caos incontrollato, elemento liquido e turbolento,
il non creato. Dal Nun emerse una collinetta dalla quale nasce Atum (visto
come Atum-Ra). Quest'ultimo sputando o masturbandosi diede vita a Shu (l'aria)
e Tefnut (l'umido), i quali a loro volta generarono Geb (la terra) e Nut
(il cielo). Il mito racconta che questi ultimi se ne stavano sempre uniti
e impedivano alla vita di germogliare, così Atum ordinò al
loro padre, Shu, di dividerli. Con le mani Shu spinse Nut verso l'alto facendole
formare la volta celeste e con i piedi calpestò Geb tenendolo sdraiato.
In questo modo l'aria separò il cielo dalla terra. Geb e Nut, a loro
volta, generarono quattro figli: Osiride, Iside, Nefti e Seth.
Sincretismo: Termine di derivazione sumero-accadica stà a significare unione e sovrapposizione di dogmi e credenze.
Bibliografia:
Wikipedia, Enciclopedia Web Libera.
Selene Ballerini Il Corpo della Dea, Roma, Atanor, 2002
Collegamenti
Vedi la scheda di Margarita
Intervento estratto dalla relazione del 4° Congresso Danze Orientali 31 Maggio 1 e 2 Giugno 2008