Il nome di Maria Strova è conosciuto al pubblico, non
solo come una danzatrice dello stile raffinato ma anche come scrittrice
e esperta della danza del ventre.
Ora esce un suo nuovo prodotto,
un film documentario "Cercando Sheherazade -
Le Danzatrici Raccontano",
fatica di più di 2 anni di lavoro che lei ha scritto, prodotto
e diretto. Innovativa la sua visione e la sua energia instancabile.
La trovo a casa sua mentre si sbriga a preparare il pranzo per i bambini che stanno per arrivare da scuola.
Maria, perché un lavoro sulla Sheherazade?
Non solo questo mese si celebra l’anniversario dei balletti
russi di Diaghilev, con la loro Sheherazade, ma Sheherazade è un'icona
di coraggio, d’intelligenza
e generosità verso gli altri. Uno specchio e un’ideale per la
donna e la danzatrice.
Sono stata attratta dalla descrizione orientale del personaggio, della sua
forza, di come ha convinto con la sua arte, il racconto, e non con la forza.
Anche del fatto che ha saputo superare la sua paura e agire. Si è donata
e penso che nella danza sia lo stesso, noi offriamo la danza come lei i suoi
racconti.
Come paragona la situazione di Sheherazade che racconta per sopravvivere, che può morire se non riesce nel suo intento, alla situazione delle danzatrici?
Sembrerebbe un pò esagerato fare questo parallelo. Ma parto dal presupposto
che una società senza arte, senza gusto per la bellezza e senza donne
forti è una società morta.
Nel nostro caso, nel nostro lavoro, c’è una lotta continua per riuscire
a raccontarci e presentare la danza con dignità ed essere considerate
delle vere artiste, non delle lap dancers.
Chi come me della danza del ventre ha fato un percorso di vita, fa una
lotta giornaliera per avere riconoscimento per la sua arte, per non essere
annullata o scartata con l’indifferenza o la discriminazione che è anche
una morte metaforica.
Lei ha usato l’inizio di Le Mille e Una Notte, scelta originale in quanto di solito si usano le storie al teatro e al cinema.
Ero interessata ad esplorare il carattere di Sheherazade: in quale situazione si trovava, come ha agito, qual’era il suo piano. La parte drammatica che scatena tutto diciamo. E questo è l’inizio di Le Mille e Una Notte. Il punto di svolta è quando lei decide di sposare il Re che potrebbe ucciderla, ma lo fa escogitando un piano ben preciso…
C’era anche la sorella Dunyazad.
Sheherazade non potrebbe
agire, portare avanti il suo piano, senza la sorella. E in questo
c’è un paragone con i gruppi di danza, con le donne
che ci sono una per l’altra. In condivisione. Mi interessava esplorare
questa dinamica e come le Notte dicano qualcosa di molto bello sulle
donne. La loro capacità di collaborare una con l’altra.
Nel caso del documentario, ho avuto modo di esplorare Dunyazad con Giulia
Mion, che conosco da molto tempo e in quel momento era in gravidanza,
e sapevo quanto riusciamo a lavorare bene assieme.
Come ha scelto le danzatrici che hanno partecipato?
Così com’è arrivato il montatore del lavoro Sergio de Vito, che oltre a lavorare con il digitale è un bravissimo compositore musicale, le danzatrici di Cercando Sheherazade erano donne con le quali volevo lavorare: Giulia Mion, Olivia Mancini, Rita Gasparini, Martinica Ferrara, Romana Von Puttmaker. Ma anche il gruppo del Dea Dance Festival in Tunisia. Quando pensavo a loro venivano delle idee precise sulle tematiche di Sheherazade. E penso che loro l’abbiano rappresentano bene, perché sono danzatrici che fanno sognare e che hanno un’idea forte di quello che vogliono raccontare con la loro danza.
Ci sono il viaggio tuo negli Stati Uniti e il viaggio in Tunisia, sembra uno dei temi del documentario.
Si lo è, nelle Mille e una Notte, Sheherazade parla molto del viaggiare e il viaggio corrisponde ad un cambiamento psicologico. Si cresce, lasciando entrare nella tua vita altre culture che ti formano e ti informano, che ti cambiano. Come può essere per una donna occidentale viaggiare e conoscere il medio oriente attraverso la danza del ventre. Com’è successo a me.
Ho visto Martinica, tua figlia, ha molto talento.
Lei ha iniziato
lezioni - pre parto - in pancia!
Ora è adolescente e a volte con la danza del ventre ha un
rapporto ambivalente. Ma so che continuerà a danzare…
Perché questo
racconto è anche
la storia di una donna che passa il suo messaggio ad un’altra donna,
di generazione in generazione. Come facciamo noi con le nostre allieve
e come hanno fatto con noi le nostre insegnanti.
Maria, da dove nascono le tue coreografie? Non sono le tipiche coreografie che uno si aspetta della danza del ventre. Sono particolari.
A
volte da un ricordo della mia adolescenza come nel caso di Jasmin,
o di elementi come l’acqua o il vento come i Veli di Pachebel,
altre volte dal costume, dal tipo di personaggio che si acconciava con
le parrucche come Mozart’s
Moon.
Non so… devo anche sentire la musica che mi fa vedere qualcosa
di preciso e cerco di usare i linguaggi che conosco e rendono le mie
danze molto personali. Non di copiare mode o stili, ma di raccontare
usando quello che so.
Dove presenterà “Cercando Sheherazade”?
Sarà disponibili alle persone interessate tramite i siti internet e nelle librerie ma poi, è questa la nostra sfida, perché è un progetto indipendente e non ha i budget delle grandi produzioni cinematografiche speriamo di riuscire a presentarlo nei festival di film e documentario in Italia e all’estero. Sarebbe molto bello che il messaggio di Sheherazade potessi arrivare a questo livello e a gruppi di persone che di solito non si occupano di questa danza.
Qual è secondo te il messaggio più importante di Sheherazade?
“Vince la tua paura e danza con tutto quello
che conosci. Ma non dirlo tutto… Suggerisce e lascia che sia
l’altro ad immaginare il resto
della storia.”
Ma anche “...a che servono le storie se non possiamo aiutare gli
altri!”
Grazie Maria!
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