Riccione Giugno 2009
Lucy: Allora … facciamo finta che noi non sappiamo chi tu sei … io non so chi sei … cioè, non è vero … io so benissimo chi sei e ho letto la tua storia, ma facciamo finta!!
Leila: Si si, certamente!
Lucy: Se tu dovessi raccontare a qualcuno poche cose di te per spiegare perché sei qui, perché insegni danza, da dove viene questa passione nella tua vita…
Leila: Dunque, la danza per me è una passione. Da piccola,
piccolissima, ero un po’ pretenziosa e pensavo di essere una ballerina
ma sicuramente non pensavo che da grande avrei fatto della mia passione
il mio lavoro.
Tutto è avvenuto quasi per caso…
Dopo
l’esame di maturità sono andata in Inghilterra per seguire
l’università e studiare letteratura inglese comparativa
e ho incontrato l’A.N.C., l’African National Congress contro
l’apartheid e ho iniziato a fare teatro impegnato nella difesa
del Sud Africa contro il razzismo. Quindi ho cominciato a farlo come
una missione per cambiare mentalità. Facevamo danza, canto e
recitazione. E tutti mi dicevano: Ah tu balli bene! Brava!, ecc.
Ma un giorno io ho avuto l’idea così di scrivere una piccola
storia da rappresentare in teatro. Io ero conosciuta perché il
gruppo è molto conosciuto. Si chiama Teatro Zulù (Zulu
Theatre). E ogni volta che andavo dai direttori dei teatri per proporre
questa cosa mi dicevano: “Ah si, che buona idea! Ma che tipo di
danza? Moderna? Tipo Marta Graham?”. Quando io rispondevo: “No,
danza orientale” loro mi dicevano: “Ah no, allora qui no.” Sempre
così, sempre la stessa risposta. E io non capivo perché.
A volte mi dicevano: “Va bene, vediamoci questa sera per parlare
della tua idea, del tuo progetto”. E io non mi spiegavo che idea
avessero della danza orientale. Io non avevo mai sentito il termine “danza
del ventre”. Non esiste una danza del naso, dell’orecchio … quindi
perché del ventre? Esiste il raqs sharqi e basta. Per fortuna
io sono molto ostinata e non mi bastava che mi dicessero no senza
darmi una motivazione artistica per cui questo stile non piaceva. Allora
ho detto a me stessa: “Vedranno quello che so fare” e ho
deciso di portare questa danza nei nuovi templi moderni. Per me il tempio
moderno è il
teatro. Questa è diventata la mia missione. Mi sono battuta per
imporre questo stile.
Lucy: Per imporlo anche a livello della rappresentazione teatrale a cui non poteva accedere...
Leila: Si era impossibile. Tu potevi solo finanziando economicamente in proprio l’iniziativa ma io non volevo entrare nel teatro così. Io volevo essere inserita dagli organizzatori nel programma.
Lucy: Volevi essere accettata, essere invitata. Non volevi finanziare il tuo progetto … capisco bene che è diverso.
Leila: Si perché voleva dire che loro accettavano la
mia visione della danza. Quindi ho pensato: per cambiare mentalità devo
insegnare. Ma io non sapevo insegnare perché non avevo avuto
maestre. Allora ho radunato le mie amiche che mi hanno fatto da cavie.
Quindi ero la prima in Francia ad insegnare questa danza ma anche le
grandi scuole non volevano la danza orientale. E proprio perché nessuna
scuola la voleva ho deciso che avrei dovuto insegnare nella più grande
scuola di danza francese che si chiama “Le Centre de Danse du
Marais” e mi sono battuta per andare lì, perché lì ci
sono 80 professori di tutto, non di danza orientale e basta.
E mi sono veramente battuta per fare cambiare la mentalità che non è ballare
per il proprio marito fra le 17 e le 19!
Io volevo una cosa diversa. Volevo apportare la mia cultura perché per
me è come un’arma politica; si trattava di imporre il mio punto
di vista, il punto di vista di una donna araba con la sua femminilità.
Perché io posso essere femminile senza essere volgare, posso avere un
cervello e un corpo quindi non vedo perché dovrei essere solo a metà.
E quindi ho iniziato dal nulla, proprio da niente. Avevo 5 allieve che erano
5 sorelle algerine ma se non venivano loro non avrei avuto nessuno perché nessuno
conosceva questo tipo di cosa. E poi sono tornata a bussare ai teatri e ai
festival. Finchè un uomo, che è molto importante in Francia,
mi ha ascoltata e mi ha detto: OK! Ti dò la tua possibilità.
E ho lavorato su un pezzo di un’ora e mezzo, basato su una storia … perché io
scrivo storie … e le traduco con la danza. Questa è la mia idea.
Lucy: Bello … non una semplice esibizione ma una narrazione attraverso la danza.
Leila: Si, come per la danza contemporanea e il balletto … perché noi non dobbiamo avere questo diritto di raggiungere qualcos’altro? Pensa ad Isadora Duncan: è stata la prima che ha introdotto la danza contemporanea alla fine del diciannovesimo secolo, lei che non amava il balletto e che è stata la prima a ballare senza scarpe facendo un grande scandalo in America. E lei ha detto, ha profetizzato: “La danza del futuro verrà dal passato, la danza del futuro verrà dall’Africa” … e noi siamo dell’Africa. Dunque la danza contemporanea si è basata sulle cose più antiche.
Lucy: Certo, si è basata sulle radici più antiche … che in fondo in questo caso appartengono alla tua cultura.
Leila: E quindi mi sono detta: perché no? Noi abbiamo una certa idea degli arabi, tutto è cattivo, tutto è sporco, tutto è sempre così e così. Allora ho deciso che dovevo cambiare mentalità, cambiare mentalità per la mia cultura, cambiare mentalità per me stessa in quanto donna araba, presente qui e non nascosta dietro un velo a piangersi addosso. Sono moderna e sono tradizionale al tempo stesso.
Lucy: Ho visto la tua danza oggi a lezione… emozionante.
Leila: Grazie … dunque, volevo fare tabula rasa anche perché i francesi sono colti e ho iniziato a tenere delle conferenze sulla danza, sulle origini, ecc.. Soprattutto per gli europei e specialmente i francesi che hanno bisogno di capire qui (e Leila indica la testa) prima che arrivi qui (e Leila indica il cuore). E quindi ho deciso di fare così perché erano intellettuali e perché io intanto facevo delle ricerche e mi documentavo. E piano piano sono andata avanti. Io non ho mai ballato nei cabaret, nei ristoranti … non dico che è sbagliato, semplicemente non è la cosa che piace a me perché ogni persona deve fare la cosa che corrisponde alla sua personalità.
Lucy: Tu sai di essere stata fortunata vero?
Leila: Mmm … si, ma io ho iniziato con il teatro impegnato.
Lucy: Si, appunto ma non tutti hanno questa opportunità. Tu sei stata fortunata. Anche se era senza dubbio la cosa più difficile.
Leila: Si, la cosa più difficile appunto. Ma io sono
fatta così. Se ci sono delle pareti che mi costringono io spingo
e devo uscire, io voglio andare in alto ma non in alto nel senso di
darmi delle arie o diventare chissà chi. Semplicemente mi piacciono
le sfide impossibili perché non esiste la parola impossibile
per me. C’è solo il potere della forza di volontà.
Inoltre io ho una visione della danza, so cosa significa e so cosa significa
per la mia cultura. Io parlo francese, inglese ho studiato letteratura straniera,
Dante e allora perché le altre persone non devono imparare qualcosa
della mia cultura? Per questo motivo voglio dare il meglio anche se è la
cosa più difficile. Quindi pian piano sono riuscita ad imporre il mio
stile, la mia visione della danza e ora … danzo in tutto il mondo.
Lucy: Qual è la cosa più difficile che hai affrontato? E’ stato il rifiuto o l’impegno? Cosa è stato più duro, doloroso?
Leila: Il rifiuto sicuramente ma non perché era una cosa dolorosa ma perché era immotivata. Se tu fai danza contemporanea, prima di dire che il mio stile non ti piace devi vederlo. Non è possibile che tu lo dica così, senza sapere nulla, senza vedere. Perché se un direttore artistico viene a vedere il mio lavoro …
Lucy: Certo, può anche non apprezzare il tuo stile, può non piacergli quello che tu proponi.
Leila: Ma certo, questo è normale. E’ una sua scelta. Lui ha una sua visione artistica che non coincide con la mia. Ok, capisco e devo lavorare di più per essere migliore.
Lucy: Oppure semplicemente ha un gusto diverso.
Leila: Si certo ma se tu sei un direttore artistico di un teatro devi essere aperto a tutto, devi essere aperto al Butoh, che è una danza molto difficile che è venuta dopo la catastrofe della bomba a Hiroshima. Questo tipo di danza è molto duro, ma è stato accettato. Quindi è uno stile diverso ma che è stato accettato. E questa danza, la danza orientale è uno stile diverso che può e deve essere accettato.
Lucy: Ma il motivo di tanta reticenza secondo te qual è? Un pregiudizio nei confronti del mondo arabo o nei confronti della danza in sé?
Leila: Prima del mondo arabo e poi della danza del ventre … A volte quando parlo con qualcuno e dico che pratico la danza orientale mi dicono: Ah bello! Ho visto a Marrakesh mentre ero al ristorante, la ragazza aveva tutte frange, perline, bello … Allora io dico: ma quando tu vieni a Parigi, vieni solo per Pigalle o anche per la Tour Eiffel, o per il Louvre? Voglio dire … Pigalle esiste ma se io penso alla Francia non penso a un peep-show. E allora la stessa cosa vale per gli arabi. Perché ogni volta che pensi danza pensi a una donna scosciata, scollata e volgare o alla prostituzione? Ok, certo, questo c’è non voglio mica dire il contrario ma non esiste solo questo. Non sono Khomeini. Non voglio cambiare gli altri. Se tu decidi che ti va di ballare, di venderti per dei soldi è una tua scelta. E’ un tuo problema che non è un problema di morale …
Lucy: Il vero problema è distinguere.
Leila: Voilà! Esatto. Quando tu fai degli studi di lingue tu puoi essere giornalista, tu puoi tradurre, tu puoi essere maestra nella scuola, tu puoi fare della ricerca … tante cose con una “forma” di studio unica. La stessa cosa vale per la danza. Io accetto che le persone ballino dove credono ma non c’è solo un modo di ballare. Ci sono molti modi e il mio modo, perché sono politicamente impegnata, perché sono un’intellettuale, perché ho una visione, è il teatro. Ma questo non vuole dire solo il teatro e non gli altri modi. Questo è il mio. Io non voglio cambiare le altre persone, voglio piuttosto dare altre possibilità alle persone. Nel senso che se un giorno tu ti svegli e hai voglia di esibirti su un palco di un teatro puoi dire: ecco, è possibile. Questa è la mia visione. E’ quello che voglio dire, il messaggio che voglio dare.
Lucy: Pensi che questa cosa in Europa stia finalmente raggiungendo un livello di diffusione a livello di teatro o è ancora un sfida, una lotta? In fondo del tempo è passato…
Leila: E’ ancora difficile perché dopo dieci anni, quando tu guardi un programma annuale di teatro, non vedi la danza orientale
Lucy: Sono stata a Milano due settimane fa a vedere tre scuole e tutte e tre le scuole dicevano: vogliamo portare la danza orientale alla Scala ma non è possibile. E’ la sfida impossibile perché tu puoi pagare, fare il tuo saggio, avere il tuo teatro … ma essere invitati alla Scala … no. E’ un difetto della Scala o è il prodotto che non è adatto alla Scala?
Leila: Voilà! Esattamente! Allora … c’è una contrapposizione. Sebbene sia una danza che viene da lontano sia in termini di origini sia in termini di tempo, oserei dire anzi una delle forme di danza più antiche al mondo, in termini di trasmissione è molto nuova. Cosa sono vent’anni? Se tu consideri il balletto … 400 anni, se consideri la danza contemporanea, almeno 100, 120 anni.
Lucy: E’ ancora giovane tu dici.
Leila: Si, abbiamo ancora una lunga strada da percorrere. Non
solo. Anche la mentalità deve cambiare, la mentalità nel
sapere apprezzare una danzatrice. Vi faccio un esempio. A me piace il
modern jazz. Mi piace e voglio studiarlo … io amo essere una
studentessa tutta la mia vita. Mi iscrivo ad una classe di principianti.
Quando parlo con degli studenti che fanno danza moderna e che sono strepitosi … quando
li vedi ti viene da fare: wow!!! ... e gli chiedo da quanto studiano … loro,
mi rispondono, come principianti “APPENA” 6 anni. Quante
volte ti alleni? Mi rispondono: non ho troppo tempo quindi 5 volte la
settimana.
A volte delle ragazze vengono nelle mie classi avanzate. Se una ragazza non
la conosco io non voglio che paghi e magari poi si trovi in un livello che
non fa per lei quindi le dico: Guarda, sai che si tratta di una classe avanzata
questa? E lei mi risponde: Si si, lo so ma sono una danzatrice professionista.
Va bene … può essere. Io non la conosco ma può essere.
Le chiedo allora: da quanto studi? E lei mi rispondi: 8 mesi. Allora mi cadono
le braccia.
Non c’è umiltà.
Ecco perché anche noi danzatrici dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento,
il nostro modo di capire.
Nureyev, Rudolf Nureyev, che per me è il mio “dio”, lui
faceva 7 volte alla settimana, dalle 8 fino alle 10 la prima classe, di postura,
con i bambini. Stiamo parlando di Rudolf Nureyev che ogni giorno ricomincia
da una classe principianti. Ecco … la mentalità è totalmente
diversa. Se noi ballerine capiamo che dobbiamo studiare, studiare e studiare …
Lucy: E il prodotto deve essere professionale … allora forse la Scala non ti dice no.
Leila: Si … ad esempio, quando lavoro a teatro o mi invitano e il teatro, il lavoro a teatro inizia il mercoledì … io vado lì il lunedì. Lunedì dalle 14 alle 22 facciamo le prove, martedì dalle 9 alle 23 facciamo le prove, il mercoledì alle 9 ci troviamo per sistemare le ultime cose e dalle 14 facciamo la prova generale. Poi alle 20:30 siamo pronti. Una persona che arriva a teatro per provare i costumi con le luci … e mi dice: costume rosso, che cosa ne pensi? Ma cosa ne penso … come faccio a saperlo. Perché è stata scelta questa luce e non un’altra? La luce deve interpretare l’umore della storia, forse la malinconia, la collera, l’allegria … deve interpretare la storia. Ecco perché l’addetto alle luci deve lavorare con me almeno sei mesi. Deve sapere tutto di me, deve seguirmi passo passo, deve sapere perché sono qui, perché vado lì, perché agisco così, tutto.
Lucy: Per potere fare risaltare ciò che succede in scena, non soltanto farlo vedere.
Leila: Si perché la danza non è soltanto un tipo di cosa … non è soltanto bellezza e costumi, è la malinconia, la collera, la tristezza, la gioia, ecc.. Tu devi dire qualcosa, non devi solo fare vedere le tue belle gambe perché non sei una modella, non devi fare vedere quanto sei bella … Chissenefrega se sei bella o non bella. La danza è carisma. Isadora Duncan ad esempio tecnicamente (scusate se parlo tanto di lei ma è la mia regina) faceva venti movimenti ma quando lei ballava … ti veniva la pelle d’oca, le lacrime agli occhi. Questo per il suo carisma, per la sua presenza.
Lucy: Ma si può imparare il carisma, la presenza?
Leila: No!
Lucy: E allora?
Leila: Possiamo imparare molte cose … ma il carisma o ti viene dato o non ti viene dato. Vi faccio questo esempio: quante persone in Italia, all’università, imparano la letteratura?
Lucy: Il mondo!!
Leila: Ok, diciamo 10.000 persone. Di queste 10.000, quante diventano scrittori/scrittrici? Ecco … abbiamo già la risposta. La stessa cosa vale per la danza. Ci può anche essere una ragazza che riesce a mettersi le gambe sulle spalle, il naso sulla testa … per me è una brava ginnasta ma questa non è la danza. Per me la danza è l’anima …
Lucy: La danza è quello che tu trasmetti e che può arrivare al pubblico.
Leila: Voilà. Tu puoi fare tre movimenti ma che ti fanno piangere. Oppure puoi vedere delle cose incredibili … oh, lei ha girato per 20 minuti! Ha fatto shimmi per 20 minuti … beh … brava ma dov’è l’emozione? Per me la danza è un poema.
Lucy: Come si può insegnare questo? Ok … il carisma non si insegna ma come si può insegnare a una ragazza che non ha le basi? Cioè, una ragazza arriva da te e dice: io voglio ballare. Non so nulla di carisma, di storia, ecc.
Leila: Lei deve capire la musica, deve capire i ritmi, deve capire i modi diversi, deve capire, se ci sono le parole nella canzone, di cosa parlano …
Lucy: Noooo … così è troppo difficile però …
Leila: Difficile ma non impossibile. Nessuno ha detto che la danza non è difficile. La danza è molto difficile, capisci? Per esempio … conosco Santana, Carlos Santana, è un amico. 47 anni di successi in tutto il pianeta. Lui tutte le mattine … (e Leila fa il suono della chitarra mimando il movimento) ogni giorno. E’ un lavoro di ogni giorno.
Lucy: Eppure si dice che uno dei motivi del successo della danza orientale è che l’entry level è molto basso. E’ possibile già dalle prime lezioni, per un’allieva principiante, avere la sensazione di riuscire a fare qualcosa.
Leila: Si ma questa è una grande trappola, è un
grande inganno.
Ecco perché stiamo ancora lottando perché sembra
che bastino due “figure di otto”, uno shimmi, un sorriso
e un bel seno … ecco fatto, tutto a posto.
E non è così,
ci deve essere una canzone, deve essere una cosa fluida … Qual è per
te la cosa più difficile nella danza orientale?
Lucy: Per me? Capire quello che sto facendo, perchè lo sto facendo, poi come farlo.
Leila: Grazie… ed essere uno con la musica, l’interpretazione… Se
per esempio mi piace fare lo shimmi perché sono la numero uno
dello shimmi ma nella musica non c’è il posto per lo shimmi … non
lo faccio. Qualche volta ascolto la musica, poi guardo la persona
che balla e sembra che lei balli sulla musica di un i-pod … balla
un’altra cosa.
Questo deve essere un modo e questo si può insegnare. Ad esempio nelle
mie classi intermedie – avanzate, non per le principianti, ogni volta
io chiedo ad una persona di preparare una piccolissima coreografia di tre minuti
che dovrà presentare alla classe durante la lezione. Questo tocca a
tutte. E poi insieme facciamo la critica.
Lucy: Certo … ha capito la musica? Ha interpretato correttamente lo stile? Ha interpretato il sentimento?
Leila: Esatto … ha capito se sta ballando sulla melodia o sul ritmo? Ha capito se balla sharqi o baladi? Se balla baladi o saidi? Dunque tu devi dare le armi, gli strumenti a chi studia. E per questo c’è bisogno di un’insegnante eccellente. E questo è fondamentale.
Lucy: Lo sai che questo taglia via … oggi voglio essere buona … l'80% delle insegnanti? E contemporaneamente spazzi via molti corsi che si tengono nelle palestre dove, al posto di andare a fare aerobica, vai a fare danza orientale?
Leila: Si, è vero ma penso che piano piano le cose miglioreranno.
Sono molto ottimista.
Per me è importante anche la varietà. Nel senso … tu frequenti
delle lezioni, ad esempio anche qui al festival a Riccione e sperimenti vari
insegnanti, guardi, osservi e ti fai un po’ una tua idea. E’ fondamentale
per me anche andare nel paese di origine della danza … capire che per
noi ballare è come mangiare.
Ad esempio la mia nonna. La prima volta che le ho detto che davo lezione mi
ha detto: Ma come delle lezioni di danza? Ma a cosa servono? Tutte le persone
sanno ballare. Cioè per lei era talmente naturale che non ce n’era
bisogno. Se vedi mia nonna quando balla… ovviamente non fa mille virtuosismi.
Lei fa tre movimenti ma ti commuove. Lei sa esattamente come tradurre l’emozione.
Perché importante nella danza è anche sapere come fermarsi …
Lucy: Certo, sapere quando non danzare … quando fare una pausa.
Leila: Anche quando parli … tu non ti lanci in un discorso
senza mai prendere fiato. Respiri … e questo serve a te e agli
altri per capire. Quando sono all’università e magari devo
parlare di fronte a cento persone devo parlare come quando faccio teatro,
facendo pause, marcando gli accenti … non devo riempire tutto.
E dico sempre alle mie allieve: in 3 minuti non potete fare vedere tutto quello
che conoscete. Se hai scelto un brano che richiede sei movimenti … basta.
Fai bene quei movimenti, trasmetti emozione con quei movimenti. Non voglio
vedere l’anca che va lì, il braccio che va là …
Lucy: Non è necessario essere un’acrobata e nemmeno fare un catalogo di tutti i movimenti ….
Leila: Esattamente … e questo si fa piano piano.
Lucy: Bene. Allora … un’altra domanda facile per te e più difficile per noi. La danza orientale che viene portata a livello di gara - come vedrai questa sera … sarai con noi vero? - Cosa ne pensi?
Leila: Si ci sarò
Lucy: Perfetto. Lì in poco tempo devi fare vedere tutto, tutto quello che sai fare.
Leila: Ma questo è un errore, non è possibile. Dipende dalla musica che hai scelto. Tu non puoi fare tutto. Ma i giudici, prima di tutto, devono conoscere …
Lucy: Lo si spera...
Leila: Tanto per iniziare devono conoscere gli stili. Se io ballo un saidi, se ho un bastone. Devono riconoscere che ogni stile ha il suo sapore.
Chiara: Ma mi spiegavano che, in realtà, per una gara, il brano te lo componi tu unendo vari pezzi di diversi brani a seconda di ciò che vuoi fare. Ad esempio posso mettere un minuti di shimmi, un minuto di musica lenta per fare vedere diversi movimenti. (Leila strabuzza gli occhi con un lieve senso di disgusto e scoppiamo tutte a ridere)
Lucy: Ah se ne vedranno delle belle questa sera. Domani ci dedichi altri due minuti per potere commentare quello che vediamo?
Leila: Ma certo che si!
Lucy: Così possiamo confrontarci su questa cosa. Non
so se sia un problema solo in Italia o come sia in altre parti … ad
esempio in Francia o nel resto del mondo. Io credo che in Italia il
discorso dello sport, della competizione sia molto sentito.
Quindi per la diffusione della danza questa può essere davvero una chance.
Uscire dai ristoranti ed entrare nelle competizioni sportive è comunque
un avanzamento di livello. Ancora non siamo al teatro però già rispetto
al piccolo ristorante, al ballare al tavolo … è già riconoscere
un valore, poter dire in termini assoluti cosa è bello e cosa è meno
bello.
Tutto quello che è arte, interpretazione, sentimento, trasmissione dell’emozione,
della storia o della cultura io credo sia ancora escluso da questo tipo di
rappresentazione però sarà bello parlarne domani che avremmo
visto la stessa cosa. Anche perché ci sono molte ragazze che stanno
investendo anche soldi, e molto tempo. Magari non 7 ore tutti i giorni ma,
in proporzione, molto tempo in questa cosa.
Va beh … secondo me è un passo che porta ad un altro livello.
Leila: Si si si! Assolutamente si. Sono d’accordo. E’ un passo verso l’eccellenza.
Lucy: Per questo non mi sento di dire: le gare non vanno bene
perché comunque non è arte, oppure che non è giusto
perché mi limitano nell’espressione artistica. E’ comunque
troncare una possibilità.
Per molte ragazze è molto più facile raggiungere un buon livello
nelle competizioni che non avere le tue doti, il carattere, la forza per raggiungere
un grande teatro.
Leila: Mi hai fatto venire in mente una riflessione importante.
Tu puoi essere un’interprete eccellente ma non una buona coreografa.
Ci sono tre ruoli distinti … tu puoi essere una bravissima professoressa
ma non sapere fare coreografia. Tu puoi essere un coreografo eccellente ma
non essere un buonissimo ballerino.
Ad esempio Maurice Béjart o Balanchine. Nessuno si ricorda di quando
questi due uomini ballavano ma come coreografi sono il top del top. Nella danza
orientale vogliamo essere tutto: ballerini, coreografi, ecc.. Ci sono pochissime
persone invece che hanno tutti questi talenti insieme …
Lucy: ... quelli che sanno essere buoni coreografi, buoni interpreti e sanno trasmettere bene come insegnanti.
Leila: Per esempio delle persone che sono uscite dall’Opéra de Paris … Pietragalla che è molto conosciuta, come Rudolf Nureyev, solo che lei è una donna. Lei era una delle cinque migliori interpreti della danza classica e quando ha finito il tempo ha aperto una scuola sua.
Lucy: Si ma vedi, qui c’è già una distinzione dei ruoli.
Leila: Si si ma quando lei ha fatto la sua prima coreografia … era terribile. Ma nessuno può dire che lei non sia una ballerina e quando la vedi danzare ed esci dall’Opéra e mi chiedono che cosa fai tu nella vita … io rispondo che vendo delle noccioline. Perché lei ha un livello di interpretazione che non si può immaginare ma lei adesso ha capito che non è una coreografa quindi si rivolge a dei coreografi chiedendo di fare coreografie per la sua compagnia. Ma questo è normale, siamo noi che non abbiamo ancora capito questa sfumatura.
Lucy: Perché io devo lavorare, devo guadagnare, per guadagnare devo dare lezioni, anche se non sono una buona insegnante. Per guadagnare devo ballare, anche nei ristoranti, pur non essendo una brava ballerina …
Leila: E poi quando faccio uno spettacolo faccio bum bum ciak
ciak, due di qua e due di là ed è fatto!
Quando capiremo questo sarà fatta. Ma ci vuole tempo. Sono solo dieci – quindici
anni.
Ecco perché sono ottimista sul futuro di questa danza. Perché piano
piano, con tante persone che sono interessate
Lucy: … piano piano verrà fuori qualcosa di buono tu dici?
Leila: Assolutamente si … piano piano la gente sarà stanca di ballare solo così (e Leila mima due mossedi danza e giù di nuovo tutte a ridere!).
Chiara: Però per me lei ha detto una cosa molto interessante, che le insegnanti devono dare ai propri studenti le armi, gli strumenti. Da noi questa mentalità non c’è. Le poche insegnanti brave a ballare dicono: questo lo so fare io e non ti dico come si fa, magari te ne insegno un po’ ma non tutto per non metterti in condizione di farlo anche tu che magari diventi più bravo e poi mi rubi il lavoro. E questo è penalizzante. Perché tu magari vai a lezione tante tante ore ma non ti viene mai trasmesso veramente qualcosa. Almeno, nella mia realtà è così.
Leila: Ma le cose si stanno evolvendo. E’ assolutamente necessario. Ad esempio tu mi chiedi se io conosco le danze turche e io ti rispondo di no. Perché non le ho studiate per sei mesi almeno e quindi non le insegno. Ecco. Non c’è nessun problema. Questo bisogna dirlo. Bisogna sapere ammettere quando non sappiamo una cosa perché ognuno di noi ha le sue carenze. E io non credo di essere tanto terribile se ti dico che non conosco le danze dell’Iran. Non le conosco. Punto e basta.
Lucy: Ma come mai? Tutti conoscono le danze dell’Iran!!! (ovviamente io no e rido ancora)
Leila: Infatti. Specialmente adesso con internet tutti possono
scrivere tutto. In francese si dice che la cultura è come la
marmellata … meno ne hai e più ne spalmi! Vi faccio un
esempio. Una delle mie allieve di Los Angeles, perché io vado
spesso in America, era venuta a Parigi per sei mesi. I suoi genitori,
molto benestanti, le avevano dato i soldi e quindi lei è venuta
a studiare con me per sei mesi. Aveva già studiato negli Stati
Uniti ed era abbastanza brava. Alla fine di luglio io facevo un seminario
in Marocco e lei è venuta con me per una settimana. Una sera
ho portato tutte le mie allieve al ristorante, un tipico ristorante
dove c’erano i musicisti e tutte hanno ballato per 5 minuti. Bene,
questa ragazza è tornata a casa e poco dopo mi ha mandato una
mail con un suo link e su questo link c’era scritto: ho visitato
in maniera approfondita tutto il Nord Africa e ho ballato in tutti i
paesi. Lei era stata una settimana a Marrakesh, aveva ballato 5 minuti
in un ristorante … ecco questa è la situazione e quanto
ancora deve cambiare.
L’importante è avere un po’ la giusta misura in tutte le
cose. Sai quante cose ci sono che non scrivo io sul sito? Ma penso che sia
meglio farle piuttosto che scriverle. O meglio, se avessi tempo mi piacerebbe
anche scriverle. Ma non metto sono stata in Cina, Stati Uniti, Italia, ecc.
perché tu non puoi dire sempre “sono, sono, sono” perché è importante
che la gente venga e veda. Ed è molto importante anche aprire le porte
ai critici di danza.
Ad esempio in Francia ci sono due critiche di danza che io chiamo Khomeini … perché sono
davvero terribili. Loro assistono all’incirca a 200 performance di danza
all’anno quindi conoscono il loro mestiere. Non conoscono magari il raqs
sharqi nel dettaglio ma conoscono la danza, la drammaturgia, lo spazio, le
luci, sanno se tu hai qualità o meno. Quindi quando scrivono di te,
anche solo due frasi, è come se tu avessi vinto tutto … E una
di loro ha scritto su Le Monde, il giornale Le Monde, metà pagina su
di me. E per me questa metà pagina è come l’oro. Quindi è importante
mescolarci con gli altri, non rimanere chiuse nel nostro ghetto e sono sicura
che si farà … piano piano ma si farà.
Lucy: Io speravo prima però … mi sembrava fosse tempo già adesso. Cioè basta, facciamo!!
Leila: Ma in Italia quando è cominciata più o meno? Dieci anni fa?
Lucy: Si è vero ma prima c’era già in Francia. Cioè potremmo non ripartire da zero, fare tesoro di quello che è successo fuori.
Leila: Si però pensiamo ad esempio alla danza contemporanea. Carolyn Carlson … lei è venuta in Italia, ha vissuto qui, a Venezia perché conosco la sua storia. Lei ha fondato una compagnia di danza contemporanea che è arrivata ad un buonissimo livello. Poi è partita per venire in Francia e cosa è rimasto? Niente. Allora deve essere un compromesso. Io ti do qualcosa ma tu ti impegni per conservarlo, per mantenerlo. E soprattutto non bisogna essere egoisti. Ciò che si ha non va tenuto solo per noi. Tutto ciò che hai devi darlo e per ciò che non conosci devi dire onestamente che non lo conosci. Umiltà. Per me la parola è solo una … umiltà ed essere sempre un allievo. Ad esempio, Jean Vilar, il fondatore del Festival d’Avignon, un festival importantissimo per il teatro e lui è uno dei più grandi attori di teatro. Adesso è morto, aveva 87 anni e in un’intervista, si dichiarava “studente” attore, “studente”. Lui. Umiltà per piacere, ci vuole umiltà. “Sono una professionista” … ma per favore. Professionista di che? Vado verso qualcosa ma non sono ancora arrivata dove voglio arrivare. Quando insegno dicono che sono terribile. Per quello mi chiamano “Leila cruella”!!! Dicono che sono troppo rigida. Ma scusate, arrivano a lezione e una mangia il sandwich, una mangia il chewing-gum, una telefona. Se vieni a lezione vieni per lavorare. “Ah si è mio marito” … me ne frego di tuo marito! (e Chiara e Lucy sghignazzano istericamente pensando allo stage di prima … e alla maleducazione estrema delle persone)
Leila: Si è vero, è questione di educazione perché queste
persone ancora non hanno il senso del rigore e della disciplina della
danza. Per esempio, quando vado a modern jazz, prima che arrivi il professore
vedo che fanno riscaldamento da sole. Si parla fra di noi ma si lavora.
Le mie allieve sono tremende … arrivi e non fanno niente. Io
faccio il riscaldamento quando arrivo ma perché non inizi anche
se io ancora non ci sono???!!! Dobbiamo iniziare con l’eliminare
queste cattive abitudini. Tu hai detto la parola chiave: educazione.
Invece no, mangiano, bevono, vanno in giro … ma io dico: tu paghi 100
euro per lavorare o cosa?
Lucy: Infatti io stavo pensando proprio a quello.
In alcune situazione non si dà il valore a quello che si sta facendo
perché sostanzialmente si paga troppo poco. Tu puoi buttare via 20 euro
su un abbonamento, per una lezione. Cosa sono venti euro? Quindi una ragazza
arriva e pensa che ha lavorato tutto il giorno ed è stanca. Ma chissenefrega!
Invece sei venuta e adesso lavori. Forse andrebbe riveduto anche il valore
economico di quello che si fa.
Leila: Si ma penso che prima di tutto ci sia l’educazione
perché tutte le persone che fanno moderna, classica, jazz, hip-hop
hanno il valore della difficoltà. Invece nella nostra danza si
pensa che tutto sia facile. Io dico alle mie allieve che per me sarebbe
molto più facile guardarmi allo specchio pensando di essere la
più bella, senza fare la fatica di correggerle. Quando io dico:
attenzione alla braccia! Allora una dice che non la amo, una che non
sono gentile con lei. Ma tu non sei né mia sorella né il
mio amante. Io non devo amarti o non amarti. Tu hai pagato per lavorare
e devi accettare la critica. Altrimenti stai a casa tua.
Normalmente io sono molto severa quando insegno a Parigi, molto peggio di qua (sghignazzata
generale... non osiamo immaginarla). Ma è perché io voglio
che tu vada a casa portandoti veramente qualcosa. Magari solo due movimenti
ma quei due li devi avere imparati. Ogni volta devo dire: attenzione alle braccia,
ai piedi, via il chewing-gum, via il telefono … ma insomma. Ma perché vieni
da me? Per sentirti dire che sei bella?
Chiara: Infatti allo stage di oggi è stata bellissima Leila perché ha esordito dicendo: a meno che non siate poliziotti o medici spegnete i telefoni. Ed è giustissimo e vero. Non puoi pensare che per un’ora e mezzo non puoi stare senza messaggiare!!! Ma concentrati su quello che fai.
Leila: Quando vai a teatro tu non parli con i tuoi amici o con il tuo compagno, guardi lo spettacolo. Rispetti quello che la gente sta facendo, il luogo dove sei. E torniamo sempre allo stesso discorso: rispetto ed educazione. E l’insegnante deve essere in grado di trasmettere questo. Io non voglio essere amata, voglio essere il più giusta possibile nel darti qualcosa. Se quando esci di qui mi ami o non mi ami … chissenefrega! Perché non siamo qui per diventare amiche. Cioè, ci sta, va benissimo essere anche amiche ma dopo, non in questo contesto. Dopo possiamo andare a mangiare insieme, divertirci. Mii chiamano “Cruella” … e un motivo ci sarà!! Quindi piano piano la gente capirà ma dipende molto anche dall’insegnante.
Lucy: Si, io credo di si. Anche perché se non noti questa differenza è più facile andare a lezione. Passi un’ora e poi ciao ciao. E poi dici: ho studiato due anni, sono intermedia. Due anni di simpatiche chiacchiere …
Leila: E’ una situazione che si evolverà, ne sono assolutamente certa.
Lucy: Si, e probabilmente con una grande selezione naturale perché non possono evolversi tutti!
Leila: Certo, ma questo è normale. E’ così in tutti i campi. Faccio della musica, suono l’oud ma lei è più brava di me. Non so perché ma è così. Ha qualcosa in più e io devo lavorare più di lei. Ok. Quando lo so lavoro.
Lucy: Quindi quanto è importante confrontarsi con artisti, insegnanti nello stesso campo? Cioè tu vai ancora a seguire delle lezioni? Vai a vedere come lavorano gli altri insegnanti? Vai a vedere gli altri artisti che ballano?
Leila: Allora, io non seguo lezioni di danza orientale e ti spiego anche il perché. Perché io ho una visione diversa della danza. L’altra visione non mi interessa. Non dico che non sia valida ma non mi interessa per me e la maggior parte delle insegnanti segue quel filone. E allora io devo fare della ricerca, da sola. Quello che faccio è andare spesso nei paesi arabi … Giordania, Siria, Tunisia, Algeria, Marocco, Libia e studio con la gente.
Lucy: Perché non Egitto?
Leila: No, no anche Egitto!
Lucy: Ah ecco, pensavo fosse una scelta.
Leila: No, no. Però io vado là consapevole che
loro hanno il loro stile e io ho trovato il mio. Buono o non buono ma
corrisponde a me, alla mia personalità. E’ come il vestire.
Chanel è bello ma non fa per me. Può essere più costoso,
più elegante ma non corrisponde a me.
Ecco perché io ho bisogno di trovare qualcuno con una sensibilità affine
alla mia. Io posso frequentare lezioni con Mahmoud Reda ma solo per prendere
qualche movimento ma il mio stile voglio che sia il mio. Quindi io non sarò mai
quella che va a vedere tutti. E la cosa che faccio e in cui riesco, e di cui
vado molto fiera, è che le mie allieve riescono a trovare un proprio
stile. Io insegno loro i passi ma dico loro di essere loro stese e non Leila
Haddad perché Leila Haddad è Leila Haddad. Non voglio dire che
sia meglio o peggio. Semplicemente sono io. Invece voi dovete essere voi stesse
con la vostra testa, la vostra anima e il vostro stile. Quando io danzo, danzo
con tutto questo e con la mia esperienza. Voi dovete fare altrettanto con la
vostra. Quando io leggo un libro penso che se lo dovessi scrivere non potrei
certamente scriverlo come Dante. Leggo molto, leggo tutto ma il giorno in cui
io dovessi scrivere un libro sarebbe con il mio stile, con la mia sensibilità.
Quindi ribadisco che io vi do gli strumenti, le armi per trovare voi stesse
ed il vostro stile.
Lucy: E in questo senso andare a vedere altre insegnanti può confonderti?
Leila: Si, assolutamente si. Ad esempio quando vado in Egitto e studio con il balletto nazionale, lavoro con coreografi e cerco di imparare i movimenti o gli stili che non conosco, come lo stile Gawazee. Ad esempio non ho mai trovato lo stile Gawazee nel balletto nazionale. Sono andata proprio ad imparare direttamente dalle Gawazee, nelle campagne, perché le Gawazee sono zingare, gypsy. Ora andrò in India, in Rajastan, perché mi hanno insignito di una onorificenza molto importante e prestigiosa in Francia, “Villa Médicis Outside the Wall”. Vengono selezionati due coreografi all’anno ed io sono stata scelta e mi danno la possibilità di andare là a studiare le danze gypsy. Quindi non andrò certamente a scuola ma …
Lucy: Ma studierai sul posto … non da chi porta la danza qua perché c’è comunque un filtro.
Leila: Come posso darti qualcosa, il sapore di qualcosa che non conosco bene o che è già stato “masticato”? E’ come andare ad un matrimonio e vedere le donne, le nonne e le bimbe che ballano. Vedi la loro anima. La classe e l’eleganza sono molto importanti ma bisogna anche andare a vedere le persone come ballano nel loro posto. Tu capisci delle cose dell’anima, della cultura di queste persone.
Lucy: Questo però rende ancora più difficile il tutto perché devi avere il tempo e un po’ di soldi per muoverti.
Leila: Si lo so. L’alternativa è avere un’insegnante molto brava che faccia questo lavoro per te, che abbia fatto questo tipo di ricerca. Non si deve fermare la ricerca mai. Bisogna andare e ritornare e ritornare. Ci sono tante danze che non insegno perché penso di non averne ancora colto l’essenza. Come la danza Kalbelia, del Rajastan; sono andata tante volte e ho studiato per mesi e mesi ma non la sento ancora mia. Posso farti vedere qualche passo ma questi passi per me devono essere pieni, devono avere un senso. (mesi??...Chiara e Lucy sono atterrite) No no ma viene, viene, arriva.
Lucy: Uffa invece io vorrei un segno adesso! Perché io
ho una sensazione molto positiva per alcune cose, ad esempio noto che
gli spettacoli anche a teatro rispecchianouna cura sempre maggiore,
sono più articolati e vanno nella direzione dell’arte,
dell’interpretazione e non del movimento fine a se stesso.
Questo
lo vedo ma il tempo che ci vuole per tirare su una generazione di
insegnanti che abbiano la tua formazione e la tua cultura secondo me
in Italia non l’abbiamo più perché la moda sta passando
e se non c’è mercato non si investe per diventare l’insegnante
che si dovrebbe essere. E’ questa la mia paura. Se non c’è più business
non si farà neanche ricerca.
Leila: Ma ci sarà un momento dove ci sarà questa selezione naturale e la gente cambierà. Solo che ci serve un altro po’ di tempo.
Chiara: Tu ad esempio oggi hai chiesto: come si conta questo ritmo? Io studio da tanti anni e non ho mai avuto un’insegnante che mi abbia detto: questo ritmo si conta così, mai. Ho comprato dei cd, ho letto dei libri, ho cercato di documentarmi e dove c’erano stage mi sono mossa e sono andata. Ma non ho mai incontrato un’insegnante che mi insegnasse. Ma allora come fai?
Lucy: Ma dai, se alcune non ti contano nemmeno i passi delle coreografie. Io i primi tempi che studiavo facevo delle piccole coreografie per i saggi ma il movimento, il passo cambiava quando la musica faceva “pling” non contando e sapendolo prima. Pareva una cosa impossibile.
Leila: Ma adesso che sapete che c’è questa possibilità, voi dovete, quando incontrate magari un musicista, chiedergli: scusa mi fai vedere questo come si conta?
Lucy: Si è vero ma questo dovrebbe fare parte della formazione, non dovrebbe capitare che dopo anni io ho un flash, incontro Stolfo e gli chiedo delucidazioni!! Perché dovrebbe essere prima. Quando impari a disegnare, a scrivere, come fai?
Chiara: Se tu non hai le basi, non sai le lettere, come fai a scrivere una parola, a comporre una frase? E allo stesso modo, se non conosci i ritmi, come fai a danzarli? Sei sempre dietro a rincorrere e ad aspettare qualcosa che non sai cos’è!!
Leila: Guarda, è difficile ma non impossibile. Perché grazie a questo tipo di eventi a cui partecipano tante persone, in cui noi scambiamo idee, le cose cambieranno e la tua attesa sarà più alta. E dunque se tu non trovi lì puoi muoverti e cercare altrove.
Bene l’intervista si conclude qui.
Prendete fiato e se vi rileggetela. Ci siamo prese la libertà io e Chiara
di goderci la conversazione e lo scambio di idee quindi ne è risultata
più una bella chiacchierata che un ordinato insieme di domande e risposte...
ma perdonateci!
Stare del tempo così tranquillamente a parlare con Leila,
godere della sua simpatia e della sua umanità ci ha fatto sentire davvero
privilegiate e almeno io davanti a tanta disponibilità non potevo limitarmi
al ruolo dell’intervistatrice e non interagire con le mie personali riflessioni
(fatene l’uso che volete valgono per quello che sono).
Che dire di Leila?
Ancora sorrido rivedendo nella mia mente l’immagine di una donna di carattere,
un angelo vendicatore, una profetessa che non si limita a chiamare nel deserto, è capacissima
di venirti a prendere di peso e a costringerti a estenuanti esercizi finchè non
hai capito.
Mi è piaciuta l’insegnante (tanto non vuole essere amata no? Eheeh – non
diteglielo ma mi sono innamorata!), ho adorato la danzatrice, così solenne
e regale, ma sono letteralmente impazzita per l’essere umano che è.
Per la passione, il coraggio, la forza e la determinazione, e si per la sincera
umiltà con cui affronta tutto quello che fa.
Chissà forse avrò la fortuna di incontrarla ancora, e se non
mi incenerirà per l’impossibile ritardo con cui pubblico questa
pagina, vorrei ringraziarla ed abbracciarla ancora.