Le origini (Rajasthan)
Care amiche di Lucy, eccomi qui a parlare di danza gypsy, qualcosa che, come dice una battuta circolante nei nostri ambienti… non esiste!
Non pretendo con questo breve scritto di esaurire il panorama della
cultura rom, che si estende in moltissimi campi, bensì di iniziare
a raccontare qualcosa circa la danza tzigana.
Innanzitutto, di quale
cultura stiamo parlando?
E’ opinione comune che i rom siano partiti circa 1000 anni fa
dalla regione del Rajasthan, dove molte tribù vivono tutt’ora
(benché lo studioso Marcel Courtiade e altri, al recente congresso
di Ohrid, Macedonia, contestino questa origine).
Pare siano partiti
a causa di invasori più aggressivi, o a causa
di mutate e sfavorevoli condizioni di vita… non ci è dato
saperlo con certezza (stiamo parlando di una cultura orale!) ma la
presenza del cromosoma Y H-M82 negli uomini, praticamente introvabile
al di fuori del sub continente indiano, nonché l’analisi
delle lingue parlate dai vari insediamenti sparsi nel mondo, hanno
potuto dimostrare un’origine indiana incontestabile.
In questo
luogo aspro, al nord-ovest dell’India e alla frontiera
col Pakistan, troviamo ancora oggi popolazioni nomadi che vivono
in modo piuttosto arcaico, scontrandosi quotidianamente con il deserto
di Thar e la velocità di un mondo che sembra girare come una
trottola impazzita.
Tradizionalmente abbiamo gli incantatori di serpenti, i musicisti,
i danzatori di entrambi i sessi, i fachiri e gli indovini, in questa
casta che viene denominata “Kalbelya” (ma bisognerebbe ricordare
anche “sapera”, “banjara”, e come musicisti “manganyar”, “langa”)… insomma,
una fetta di popolazione che si guadagna da vivere, in una società rurale,
come gli tzigani si son sempre guadagnati da vivere fin dalla notte
dei tempi: suonare, danzare, indovinare la sorte, stupire gli spettatori
promettendo prodigi.
In larghissima parte analfabeti, autodidatti,
apprendono la loro arte da piccolissimi, imitando naturalmente gli adulti
(forse qualcuno di voi ricorda la bimba vestita d’arancio che
accenna i passi della danzatrice adulta all’inizio dello splendido “Latcho
Drom” di
Toni Gatlif) e arrivati all’età “adulta” (cioè quando
noi siamo al ginnasio!) iniziano a esibirsi e guadagnarsi da vivere
con la propria arte.
Come è costume presso le popolazioni gypsy, le donne apprendono
a cantare e a danzare, mentre spetta agli uomini, che pure possono
diventare danzatori, l’accompagnamento musicale.
Un giorno (farmi
i fatti miei, mai) ho chiesto perché le donne
non imparassero a suonare uno strumento… “beh, perché poi
si sposa e il marito non glielo lascia suonare”, oppure “beh
perché si sposa e diventa un investimento extra-familiare…”
Insomma,
di non sposarsi non se ne parla neanche, così come
di non avere figli: altro che single!
In un ambiente ostile come è quello
che circonda i Rom da sempre, la famiglia è l’unica certezza
(e infatti l’esilio
in passato veniva inflitto dal kriss, il tribunale tzigano, solo
in casi gravissimi).
E come danzano queste donne?
Innanzitutto l’abito, tradizionalmente nero (= kalè) e
ornato di specchietti, pon pon, trecce di lana, etc… pesantissimo,
che copre tutto il corpo, sotto al quale viene indossato un pantalone
stretto alle caviglie da cavigliere alte con campanelli.
La gonna è a
ruota completa, per consentire alla danzatrice di effettuare le proprie
evoluzioni.
Il tutto viene completato da un velo nei medesimi toni
e ricami e una miriade di anelli, bracciali, etc… il costume è come
il maiale, direbbero dalle mie parti: non si butta via niente, nel
senso che ogni accessorio che la danzatrice indossa ha una funzione
specifica.
Abbiamo già accennato alla gonna, che oltre ad aprirsi
a ruota nei vorticosi giri, viene impiegata per una curiosa “battaglia
fra donne” con due ballerine che si fronteggiano e si sfidano
scherzosamente, in un modo che mi ha ricordato certe danze “fra
femmene” nelle ronde del mio amato Sud Italia.
Il velo viene impiegato
(senza mai toglierlo dal capo) per aggiungere mistero alla danza
e per fare da “contromovimento” al roteare
della gonna, senza dimenticare che è un complemento indispensabile
della vita nomade.
Le cavigliere rimandano direttamente alla parola “sapera” cioè “incantatori
di serpenti”: infatti il movimento dei piedi e delle gambe che
queste danzatrici fanno, con un ginocchio nell’incavo dell’altro,
battendo la pianta del primo e la punta del secondo sul terreno,
servono simbolicamente a “cacciare via i serpenti” per far
sì che
non mordano la caviglia, che infatti è protetta dal suono dei
campanelli.
Questo viene amplificato dal gesto principale delle mani,
che è una
corruzione/fusione di due fra i moudra (gesti simbolici delle mani)
più usati nella danza indiana: pataka (mano dritta col pollice
piegato sotto) e alapadma (mano tutta aperta come un fiore), quasi
a respingere/attirare il rettile nel tentativo di ammaliarlo…
E
i gioielli? Eh eh… servono per numeri di equilibrismo e arte
circense… tipo disporli per terra e recuperarli con gli occhi
e la bocca facendo il ponte all’indietro…
La danza, introdotta da un taksim non ballabile, ha andamento circolare e a spirale, prevede, come ogni danza gypsy, l’intensa interazione con sé stessi, il pubblico e gli altri danzatori/musicisti, in un continuum che non lascia fiato allo spettatore ignaro.
Che aggiungere d’altro? Ah, certo: che gli uomini eseguono una danza molto particolare, nella quale improvvisamente si lasciano cadere sulle ginocchia e continuano poi a roteare vorticosamente, mentre le donne roteano in piedi e, nella danza a terra, si limitano a movimenti meno ginnici e più aggraziati.
Se avete delle curiosità potete cercare i video di Gulabo Sapera,
che ben esemplifica le ultime frontiere del pur tradizionalissimo
stile kalbelya… e poche, ma ottime insegnanti sono presenti su
tutto il territorio nazionale, le trovate anche sulle pagine di Lucy.
Bene,
con questo passo e chiudo sulle origini indiane della danza tzigana,
la prossima puntata sarà dedicata alle danze dell’Europa
dell’Est!