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Immaginari e dintorni della Danza Orientale
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Considerazioni ai margini di un Galà

a cura di Roberto della nostra Redazione

Torino, 9 Marzo 2008

A chi, come me, capita spesso, per lavoro o piacere, di assistere agli spettacoli (introduttivi o conclusivi, poco importa) che accompagnano un Festival od una serie di seminari, viene naturale cercare di “razionalizzare” la logica che guida questi eventi.

Che venga loro assegnata la “dignità” di Galà, che vengano presentati come una “Hafla” finale o che, semplicemente, aprano o chiudano la manifestazione, essi rappresentano un momento costante degli eventi, ma, spesso, non godono della stessa cura con cui viene preparato l’intero congresso.

Cerco di spiegarmi, ma prima concedetemi una doverosa premessa: queste considerazioni non nascono dall’aver assistito ieri sera al Galà del festival “Stelle d’Oriente” organizzato da Aziza, che anzi, per certi versi, è stato uno degli eventi meglio preparati e curati che ho visto nel mondo della danza orientale.

Invero, cercherò di prendere alcuni spunti da quello spettacolo trasferendoli però in considerazioni generali nel rispetto di coloro che non vi hanno assistito.

Orbene, le motivazioni “base” della messa in scena di un Galà – chiamiamolo così d’ora in poi – sono sostanzialmente sempre tre:

  • La presentazione, tramite esibizione, degli Artisti ed Insegnanti presenti alla manifestazione;
  • La “celebrazione”, attraverso consegna di riconoscimenti a personalità presenti alla serata od alla loro memoria, o la premiazione di competizioni svolte durante l’evento congressuale;
  • L’”autocelebrazione” dell’evento stesso, della Associazione o della Insegnante che ha organizzato il tutto.

Spesso queste finalità – assolutamente importanti e fondanti – fanno però dimenticare il mezzo attraverso cui esse si possono realizzare compiutamente e con successo: la piacevolezza dello spettacolo.

Perché di spettacolo si tratta ed è opportuno che esso goda di tutte le prerogative di un evento teatrale.

Di tutte queste “attenzioni” – sulle quali ora non voglio dilungarmi, ma ne riparleremo – che comprendono ad esempio la scelta della location, la scenografia, il sound, l’apparato scenico, le luci e così via – spesso vengono trascurate le più dirette ed immediatamente percepibili dallo spettatore che, non dobbiamo dimenticarlo, è il fine ultimo dell’evento: esse sono la “trama” ed il “tempo”, inteso come “ritmo” teatrale.

Chi organizza questi eventi (ed io, ahimè, ne ho fatti, presentati o prodotti tanti) sa bene che l’ostacolo primo – che però è anche l’ingrediente principale dello show – è rappresentato dalla “gestione” degli artisti stessi: spesso in ritardo o addirittura assenti alle prove (in senso figurato, ma talvolta anche fisico), talvolta indisciplinati, presuntuosi o pretenziosi, qualche volta al limite dell’isterico: il mio consiglio è quello di presentare loro già in fase precontrattuale un “canovaccio”, una “scaletta”, il più possibile completa, comprensiva della loro apparizione, dei tempi loro concessi o richiesti, ricavando in tempi utili il materiale fonico e scenico della loro esibizione.

Tralasciare questa minima cura equivale, per l’organizzatore, ad esporsi al rischio di dover improvvisare oltre misura al momento delle prove e della stesura ultima della serata.

D’altronde, ad esempio, nel modo della danza orientale, così vario nella differenziazione delle esibizioni – stili, ritmi, ambientazione ecc. – come è possibile creare una “scaletta” piacevole e sensata se non si conoscono in anticipo i contenuti delle perfomances?

Mi si dirà: è ovvio! Ma vi assicuro che non è così scontato come chi non organizza può pensare.

Quando negli spettacoli assistiamo a quelli che in gergo si chiamano “buchi tecnici”, cioè a quelle terribili pause tra una presenza scenica ed un’altra, questo è figlio di una non preparazione dello show che viene da lontano, raramente (quasi mai) da un errore tecnico del fonico, come spesso invece si crede.

Questi “buchi” rappresentano la massima sfida per tutti: per il pubblico – che percepisce una brusca interruzione del “discorso” teatrale -, per gli organizzatori - come abbiamo visto ne hanno sempre la responsabilità –, per gli stessi artisti – che si trovano in imbarazzo nelle entrate – per i tecnici – che spesso vanno “nel panico”. Infine sono un banco di prova terribile per i presentatori, che non sanno cosa fare, se entrare ed intervenire buttandola sul comico o se “friggere” sul palco o dietro le quinte, augurandosi che il “buco” finisca.

Già, i presentatori.

Nel Galà presentato ieri a Torino da Aziza questa figura è stata portata su due differenti livelli: il primo, direi artistico, tramite la presenza scenica di due grandi artisti (Christian Roehrig e Seetha) che hanno tessuto la trama dello spettacolo, con intelligenza ed ironia, alternando quadri volutamente estranei alla “linea” dello show orientale, alleggerendone il peso ed arricchendone il contenuto spettacolare. Bravi, anche nel giocare con il pubblico sfruttando le differenze linguistiche trasformandole da handicap in opportunità.

Il secondo livello, quello, diciamo così, istituzionale, curato personalmente da Aziza sul palco, con le varie premiazioni.

In sostanza ieri sera questo mix ha funzionato e, tornando sul generale, questo trasmette due elementi essenziali: la necessità di una “trama”, nel senso di un “filo” logico teatrale che deve congiungere le varie esibizioni e, se mi è concesso, l’altrettanta necessità inderogabile al fine della gradevolezza dello spettacolo, di essere brevi, concisi nello svolgere le varie funzioni celebrative ed autocelebrative del Galà.

E qui veniamo al “tempo”ed al “ritmo” dello show: alzi la mano chi, al termine di uno spettacolo di durata superiore alle tre ore, non sente la necessità di una boccata d’aria, di sgranchirsi le gambe, di distogliere l’attenzione, di andare a letto od al bar (o dove vuole lui o lei).

Comprendo e conosco bene i meccanismi (perversi) che portano più volte sul palco tutti gli artisti: necessità di equidistanza, di non scontentare nessuno, par condicio, chiamatela come volete.

Ma gli organizzatori devono, in primis, sentirsi responsabili solo di una cosa: la piacevolezza della loro messa in scena.

Quando e se gli spettatori (attenzione, intendo la maggioranza di loro, tralasciando quelli che guarderebbero, che so, Amir Thaleb o Leyla Jouvana con Roland o Virginia, anche per ore ed oltre, perché ne sono innamorati e, si sa, l’amore non ha limiti…), quando e se gli spettatori, dicevo, guardano con più attenzione l’orologio che il palco e sognano più la tela del sipario che le immagini di danza, beh, quando questo avviene è segno che lo show sta durando troppo.

Meglio ridurre le apparizioni dando loro risalto che moltiplicarle od allungarle, alla fine svilendole.

E’ un principio generale, che vale per tutto nella vita, credo: meglio la qualità della quantità, sia nel numero di entrate in scena sia nella loro durata.

Tra l’altro una durata eccessiva negli interventi stronca – così come abbiamo visto per i “buchi tecnici” – il “ritmo” dello spettacolo, allentando la tensione dello spettatore, stancandolo e facendogli perdere l’attenzione. Cosa da evitare assolutamente.

Quindi, al termine e ricapitolando, un consiglio: quando mettete su uno spettacolo, sia esso una piccola produzione in provincia od il Galà di un grande festival, ricordatevi sempre i concetti base. Perché lo fate, per chi, cosa volete trasmettere e, soprattutto, cosa vedrà lo spettatore del vostro spettacolo e cosa ricorderà?

Se curerete con attenzione tutto l’allestimento con attenzione e rispetto delle risposte che vi siete dati sarà un successo completo: altrimenti lo sarà solo per qualcuno, per l’artista od il presentatore, magari, che hanno avuto più spazio di quanto avevano diritto, o per voi, che vi sentirete gratificati dal maggior tempo passato a farvi applaudire sul palco.

Ma non scordatevi mai, per cortesia, di noi spettatori: come ho detto sopra siamo il vostro fine ultimo e, se ci amerete lavorando sodo per presentarci un bello spettacolo, noi non vi dimenticheremo mai.

 

 

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