Faccio i complimenti alla M° Gandra per la scelta del tema di questo Congresso.
Caleidoscopio delle danze orientali definizione decisamente calzante.
La danza del ventre, una danza estremamente versatile, oggetto di controversie socio/politiche, un mezzo di evoluzione e, perché no, anche di cura fisica/emotiva per le donne.
In questi anni di ricerche e studi, osservando, ascoltando, leggendo, vivendo di persona questa danza, sono arrivata ad una considerazione: la danza del ventre è la danza di tutte le donne, di tutto il mondo.
Nel Natyashastra, o V Veda, una delle maggiori fonti sulla rappresentazione
teatrale e sulla danza indiana, si parla di una danza, descritta come un
dono degli dei, come mezzo di comunicazione con essi, la danza non era mero
esercizio fine a se stesso, bensì preghiera in movimento, esecuzione
dinamica della bellezza, del ritmo e dell’equilibrio cosmico, aveva
funzione rituale, espressiva, narrativa e suggestiva.
Il V Veda spiega i movimenti
stessi della danza del ventre, e ne descrive il processo in questo modo:
la danzatrice percepisce un dato evento, ne risulta emotivamente coinvolta
e sente insorgere dentro di sé uno stato d’animo
che la induce a riprodurre l’esperienza emotiva che ha vissuto.
Nasce
così l’opera d’arte, che viene espressa utilizzando
un preciso linguaggio verbale, musicale, formale, elaborato dai veggenti
e codificato dalla tradizione, volto a contenere l’individualismo dell’artista
e a fornirgli uno strumento di comunicazione corale.
La disciplina che gli
impone di non abbandonarsi a un produrre arbitrario e personalistico, gli
insegna equilibrio e chiarezza espressiva.
Grazie a ciò il vero artista – formato
da una lunga preparazione, esperto e capace d’introspezione psicologica – riesce
a indurre nello spettatore la stessa emozione che ha ispirato la sua opera
d’arte,
regalandogli l’esperienza del rasa, termine che allude a un
processo di alchimia spirituale ove le emozioni dell’animo umano vengono
sublimate.
E’ la descrizione dell’essenza della danza del ventre.
Questa danza la percepisco come il vento primaverile che trasportala vita,
ha viaggiato di paese in paese, dall’India, all’Arabia Saudita,
alla Siria, Turchia, Egitto, Grecia, Libia, Tunisia, Marocco, Spagna, Italia,
America, in ogni paese il vento ha fatto cadere un seme e in base al tipo
di terreno e alle situazioni climatiche ha dato vita ad un fiore nuovo con
colori differenti, questa danza ha viaggiato con le donne e per le donne,
si è fermata e cresciuta dove c’è n’era più bisogno,
ha continuato il suo cammino sfiorando alcuni postiesoffermandosi più a
lungo in altri, sviluppandosi dove era più necessaria, la danza del
ventre è un bene comune delle donne di tutto il mondo.
La danza del
ventre è come la creta che in base al proprio bisogno
si plasma a nostro uso e consumo, può essere un mezzo per sbloccare
emozioni, per ritrovare noi stesse, un modo per ritrovare uno stimolo nella
vita, per metterci alla prova, o semplicemente una danza.
Comprendo i malumori di chi, originario di paesi arabi, nel vedere questa
danza che considera propria, perché attecchita e sviluppata maggiormente
in quei paesi fin dalle dinastie faraoniche,stravolta e riproposta con contaminazioni
occidentali, inorridisce guardandola; ma io non sono araba, ho provato a
comprendere il mondo mediorientale, la religione, il pensiero, il modo di
reagire agli eventi, ma non riesco a capire, non comprendo le contraddizioni,
il loro modo di pensare e di vivere quello che per me è oppressione.
Il
mio modo di essere, la mia cultura è troppo differente dalla loro
perché io possa trasmettere l’essenza della danza dei paesi
arabi.
Il vento mi ha portato il seme della danza del ventre, l’ho curato,
accudito, fatto crescere secondo le tradizioni arabe, ma il fiore bianco
appena nato stava morendo, perché in Italia c’è un altro
clima, ci sono altre tradizioni, altre motivazioni, altre emozioni, l’ho
contaminato con l’occidente e con il mio sapere ed ha ripreso vita
e forza diventando un arcobaleno di colori.
Questa caleidoscopica danza mi da la possibilità di proporre corsi aperti a tutte le donne che hanno obiettivi differenti, c’è chi vive questa danza come ricerca personale, per stare bene con il proprio corpo e con se stesse tramite la danza, c’è chi la considera un’alternativa ad una seduta di yoga o di ginnastica, chi l’affronta con costanza e determinazione per ottenere una preparazione tecnico/artistica per spettacoli e gare, tutto questo per permettere alla donna, che affronta il corso, di far crescere il proprio fiore in base alle proprie esigenze e aspettative.
Collegamenti
Vedi la scheda di Barbara Pettenati
Intervento estratto dalla relazione del 4° Congresso Danze Orientali 31 Maggio 1 e 2 Giugno 2008