"L'eredità
delle almee" a cura di DJAMILA HENNI-CHEBRA e CHRISTIAN POCHE'
collana Europa Mediterraneo-Mondo Arabo L'HARMATTAN ITALIA srl 2000
pubblicazione realizzata con il patrocinio dell'associazione culturale
Il Tappeto Volante di Torino
Il testo
che state per sfogliare e rigirare tra le mani cercando di capire
se può interessarvi, non è un manuale per aspiranti Salomè, nè un
trattato completo sulla danza araba.
Certo risveglierà in voi una sottile ed insinuante curiosità.
Se invece appartenete a quella categoria di persone che, come me,
ha intuito "al tocco" di aver trovato qualcosa che finalmente colma
una lacuna, preparatevi ad assaporare il piacere della lettura Fantasie
infantili (principesse velate, coperte di perle, di brillanti e
tessuti preziosi) alimentate dai racconti de "Le Mille e una Notte"
hanno creato un immaginario che si scosta notevolmente dai molteplici
aspetti che la danza orientale assume nei luighi di origine.
Interpretazioni
che vedono la danza araba come sopravvivenza di aspetti magico-religiosi
dell'antico Egitto o realtà culturali che la considerano manifestazione
del peccato insito nella natura femminile, ne limitano la conoscenza.
Inoltre riecheggiano gli stereotipi occidentali che, negli ultimi
decenni, hanno obbligato le donne a dichiarare di non voler essere
nè Eva nè Maria.
Un
atteggiamento auspicato sarebbe quello di accettare semplicemente
che la danza araba abbia scandito, e scandisca ancor oggi,i momenti
cruciali della vita quotidiana.
Gli opposti non sono che i punti estremi situati sulla stessa linea,
gli aspetti contradditori rafforzano la complessità e la completezza
di un oggetto di studio.
Già l'idea dell'Oriente misterioso "disorienta"; se aggiungiamo
la componente della femminilità espressa attraverso il corpo, ci
troviamo ad affrontare un campo troppo vasto e pieno d'ombre.
Questo
libro, fortunatamente, non ha tutte le risposte e ci lascia con
il desiderio di saperne di più, non solo attraverso una conoscenza
intellettuale , ma "fisica" perchè il nostro corpo è onnipresente
compagno di vita. La difficoltà di definire e trovare un vocabolario
tecnico è reale in quanto le nostre categorie mentali - logiche
e analitiche- sono differenti da quelle degli orientali.
Pur mantenendo un approccio scientifico, bisognerebbe accettare
che la danza araba sia fondamentalmente un movimento del corpo stimolato
da un suono.
Questa definiziooni, in apparenza semplicistica, ha il pregio di
tener conto di tutte le variabili: il soffio d'aria calda o fredda
che arriva dal deserto o l'umidità creata dagli umori di decine
di persone riunite in una piccola stanza.
Ogni strumento invita ad un tipo di movimento anzichè un altro:inserire
strumenti come la fisarmonica o il saxofono non necessariamente
deve essere letto come una contaminazione dell'Occidente, ma risponde
al bisogno di nuove armonie. Ogni cultura ricerca esotismi e se
ne appropria.
Troppi
viaggi organizzati hanno propinato danze del ventre eseguite da
russe o slave talvolta con i capelli tinti di nero per sembrare
più autentiche. La scelta del mestiere di danzatrice è ardua ovunque,
in special modo nel mondo arabo, dove il corpo femminile rappresenta
la soglia e la sacralità del privato, prima proprietà della famiglia
di origine, poi del marito e della sua famiglia.
Esistono momenti e spazi in cui le donne arabe vivono la gioia del
corpo attraverso la danza: ad essi non lasciano avvicinare nessun
uomo della famiglia, nemmeno il marito. I figli maschi ne saranno
allontanati in tenera età e su tali luoghi della memoria costruiranno
il loro immaginario. In occasione di feste e matrimoni capita spesso
di vedere padri che incitano le figlie a danzare, addirittura mettendole
sul palco, davanti all'orchestra.
Quando queste bambine diventeranno adolescenti, l'espressione del
loro corpo sarà possibile solo in ambito privato.
Tornando
al volume di D.Henni-Chebra e C.Pochè, alcuni aspetti meritano di
esseree sottolineati.
La spinosa
questione dell'insegnamento, ad esempio, riguarda noi occidentali:
per la maggior parte delle donne arabe la danza fa parte della sfera
dell'intimità e quest'ultima non si trasmette attraverso lezioni
private, corsi collettivi o stage.
Il paragrafo
dedicato a Ibrahim Akef ci mostra il paradosso: il salto di qualità,
il cambiamento di status e la ricerca di stile nella danza araba
sono stati realizzati da un uomo, a conferma di un dato culturale
costante, che vede la figura maschile intervenire ed attribuire
valore ad ogni aspetto della vita sociale. E' vero, Ibrahim Akef
oramai fa parte della storia: ne avevo sentito parlare a Parigi
e non riuscivo a capire se fosse un personaggio reale o una leggenda:
è tutte e due le cose.
Quasi ottantenne, avvolto dal fumo delle sigarette Cleopatra, l'eterna
tazzina di caffè alla turca in mano, si trasforma nel momento in
cui danza. Vive talmente chiuso nel suo mondo irreale, animato solo
dalla musica, che quando l'ho incontrato per dirgli che avrei curato
la prefazione italiana di questo testo, ho pensato che non fosse
nemmeno al corrente dell'edizione francese. L'anno prima, durante
una lezione, mi disse:" Non devi più venire da me, i miei passi
li conosci già. Ascolta la musica, immagina come la ballerei io
ed hai già la coreografia pronta. Non correre mai, respira l'aria
del Cairo e mangia foul (fagioli stufati) tutti i giorni a colazione".
Non
mi sento di dare gli stessi consigli al lettore o alle aspiranti
danzatrici. Le suddette istruzioni sono riservate ad una minoranza
di "iniziati".
Scopo
di questo libro è comunque aprire sia gli occhi che i sensi e prendere
in considerazione l'idea, peraltro neanche nuova, che attraverso
il corpo e la danza araba si sperimentano percorsi nell'immenso
campo delle emozioni.