Articolo apparso su Vero con la consulenza di Paola Ziliotto Boudress
La danza orientale, più comunemente conosciuta come "danza del ventre", possiede valenze e significati tutti da scoprire: migliora il fisico, l'umore e l'autostima. Insomma, una disciplina "della felicità" per aiutare a piacere, ma soprattutto a piacersi.
Ombelico scoperto, ondeggiamento frenetico del bacino, medagliette
orientali e morbide movenze da odalisca. Ecco le immagini che solitamente
associamo alla nota "danza del ventre". In realtà la storia
della danza orientale è molto più intensa e profonda
di quello che emerge dalla sua accezione più "commerciale" e
popolare, legata a una parte del corpo specifica e sensuale.
Si tratta di una disciplina antica, che crea un contatto con il bacino ma utilizza
il corpo in tutta la sua interezza. consentendo alla donna di ritrovare la
sua femminilità e un nuovo modo di vivere il proprio corpo.
Per comprendere perché la danza orientale Sia un momento
di scoperta e consapevolezza, conviene fare qualche passo indietro
e risalire. alle origini e allo sviluppo di questa disciplina e non
incorrere nella confusione, molto frequente, tra semplice "danza
del ventre" e "danza orientale".
«Non è solo il ventre che balla - ci spiega Paola Ziliotto Boudress,
fondatrice e direttrice artistica dell'Associazione culturale "Il Tappeto Volante" di
Torino - ma tutto il corpo: i polsi, la cervicale, la pianta del piede, il bacino,
le spalle. Si tratta di un movimento molto complesso... Sarebbe un po' riduttivo
chiamarla «danza del ventre». In Arabo, quest'ultima si chiama Raqs
Sharqi il termine che letteralmente significa "danza orientale" e restituisce
la totalità dell'espressione. Con questo nome, infatti, viene indicato
lo stile egiziano classico, caratterizzato da movimenti .sinuosi e raffinati.
La confusione tra le due locuzionì deriva anche dalla fortuna del fenomeno.
Capita molto spesso, infatti, che le palestre richiedano persone in grado di
insegnare le danze orientali, ma altrettanto spesso non sono insegnanti abbastanza
qualificate. «Hanno imparato la disciplina solo attraverso stage, e perciò c'è il
rischio che essa venga impartita e diffusa malamente», dichiara la .Paola
Ziliotto, «perciò nascono le contaminazioni semplicemente perché manca
la base e la formazione. Si utilizzano musiche latino-americane, facili e ripetitive,
diverse da quelle veramente adatte a questa disciplina». Cerchiamo allora
di fare un po' di chiarezza sul fenomeno.
Un passo Indietro...
Si narra che la danza orientale si ricolleghi agli antichi culti
religiosi della Madre Terra, legata alla celebrazione della fertilità.
L'incontro con l'Europa invece risale alla fine del '700, quando i legionari
di Napoleone e i viaggiatori europei, di ritorno dalla campagna d'Egitto,
diffondono l'immagine di donne che danzano lasciando scoperto il ventre. «Ovviamente
i legionari in realtà scorgevano solo la punta di un iceberg, non andavano
nelle case e vedevano solo le prostitute. Quindi è stato una sorta di
shock». In realtà, infatti, esistevano due tipologie di danzatrici:
le prime (denominate "almee") erano artiste complete. dallo stile più raffinato,
che si esibivano quasi esclusivamente tra donne. Le altre, definite "ghawazy" entrate
maggiormente nell'immaginario collettivo occidentale, si esibivano in pubblico,
attirando anche l'attenzione di spettatori di sesso maschile.
La danza araba ha avuto poi un rilancio e una grande diffusione, suscitando
curiosità e interesse in tutta Europa, negli anni '50 grazie al cinema
egiziano, perché voleva competere con le pellicole bollywoodiane e il
musical, allora molto in voga.
«Scoppiò questa moda attraverso il grande schermo: nei film venne
inserita la figura della danzatrice solista abbinata a delle coreografie».
Non bisogna sorprendersi, quindi, se il significato delle origini sia andato
perdendosi a vantaggio di una versione più "accessibile" e sensuale.
Paola Ziliotto ci racconta come oggi, in Egitto, in realtà non ci siano
scuole vere e proprie ma solo insegnanti che esercitano privatamente, o all'interno
di strutture pubbliche.
È rimasta, quindi, la cultura e la tradizione della danza, ma non la sua
ufficializzazione: le lezioni private, ad esempio, sono molto costose: corrispondono
a un terzo di stipendio di un medico di trenta anni. Diventano perciò inaccessibili
per molte egiziane, che non possono permettersi di pagare cifre simili. La richiesta,
invece, è altissima in tutto il mondo.
Quindi poco per volta la ricerca e l'interesse per questa disciplina si sta
spostando aIl'estero perché in Egitto è diventato un enorme business,
soprattutto in questi ultimi anni.
Come funziona un corso?
La danza orientale ha grandi potenzialità, soprattutto se gestita da
insegnanti qualificati e preparati. Prima di tutto occorre chiarire che può essere
destinata a allieve (e anche allievi, perché no?) di tutte le età,
senza particolari requisiti.
Uno degli obiettivi principali dei corsi coinvolge il portamento. «Nella
mia metodologia didattica è centrale la ristrutturazione posturale perché noi
assumiamo spesso delle posizioni molto sbagliate, portate dalla vita che facciamo:
i tacchi troppo alti, la fretta.» spiega Paola Ziliotto, «Quindi
si parte dalla pianta del piede, dal ritmo, e, aggiustando il modo di camminare,
si raddrizza e si elasticizza la colonna vertebrale che sale su fino alla cervicale.
Questo è il punto di partenza perché insegnare un movimento complesso
su un portamento sbagliato non va bene». In seguito si passa ad esercizi
più mirati, destinati a tutte le articolazioni: «Si lavora con
micromovimenti fatti a partire dall'interno. Non si tratta però di attività che
induriscono (come ad esempio accade quando si fa ginnastica con attrezzi):
in questo caso invece la muscolatura rimane molto più flessibile ma
più potente».
Questi esercizi sono parte di un movimento ritmico, legato a una musica dalle
sonorità suggestive. Il movimento del busto, del bacino, delle braccia
e della pianta del piede partecipano alla formazione di una coreografia e un
lavoro sul corpo "in movimento", libero di esprimere le proprie potenzialità in
modo fluido ed elastico.
Gli esercizi e la combinazione dei passi di base, infatti, sono funzionali
all'acquisizione di una maggiore naturalezza e flessuosità.
Per quanto riguarda l'abbigliamento, la parola d'ordine è la fantasia.
Ci si può sbizzarrire: cinture di chiffon, medagliette e sonagli che
tintinnano e impreziosiscono il corpo adornandolo, gonne e top colorati, veli
variopinti...
La scelta in realtà deriva anche dallo stile specifico che si va a ballare:
esistono infatti delle differenziazioni riconducibili ad una tipologia di danza
più "classica" e raffinata (lo "Sharqi", appunto) e una più popolare
(il "Baladi"), ma il vero piacere deve derivare dal vedersi diverse e dall'indossare
abiti che normalmente non si usano.
A scuola di autostima
I motivi per cui intraprendere un corso di danza orientale sono
davvero molti. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di una disciplina
mirata a rendersi più sensuali esclusivamente all'occhio maschile,
ma anche a se stesse.
Si tratta infatti di un'arte che permette un importante miglioramento per
il benessere psico-fisico. «L'aspetto fisico va insieme alla dimensione
psichica. Le persone si vedono più di buon umore e il proprio corpo
viene accettato molto di più».
Per quanto riguarda la sfera prettamente fisica, migliora la circolazione
sanguigna, la respirazione, i dolori relativi alla colonna vertebrale, sia
a livello lombare che cervicale, la postura e il tono muscolare. E non finisce
qui: la disciplina è a
360 gradi.
È facilmente intuibile come la scoperta del sapersi muovere implichi anche
una liberazione delle proprie energie, emozioni e potenzialità.
Paola Ziliotto ci racconta alcuni aneddoti tratti dalla sua lunga esperienza
di insegnante: «Una delle cose più belle che mi raccontano le
mie allieve è che spesso incontrano persone che non vedono da un po'
e chiedono loro: "Cosa ti è successo? Ti sei innamorata?". E loro rispondono: "No,
ho fatto un corso di danza orientale".
A quest'ultima, infatti, è stata anche attribuita la denominazione di "danza
della felicità" perché, in un certo senso, si impara un sistema
di vita, di uso del corpo e di postura differente: come camminare con un certo
tipo di sguardo, ad esempio, che non sia sempre diretto a terra. Insomma, tutto
concorre alla creazione di una "nuova donna", «più consapevole
di sé, capace di riconoscersi, ascoltarsi e risentire il proprio corpo».
Per tutti questi motivi, in questa disciplina è insita una potenzialità "terapeutica" a
cui concorre anche il tipo di musica, dai ritmi distensivi, ma allo stesso
tempo vivaci, coinvolgenti. E cosi si dimenticano le preoccupazioni e i problemi.
Ecco che quindi che la dimensione dello "spettacolo", piacevole per uno spettatore
maschile, diventa invece momento di riscoperta della propria femminilità in
cui emerge «la "principessa", che è in noi, la donna più consapevole
del proprio corpo e del proprio fascino».