Si definisce
come “araba” quella tradizione che ha ricevuto forme
e regole dall’ambiente culturale arabo e, come tale, è
ascoltata per consuetudine dagli arabi,viene composta ed eseguita
secondo i canoni della tradizione araba,viene conosciuta e definita
come tale dagli arabi stessi.
Questa definizione fa quindi riferimento ad un’area geograficamente
assai vasta ed articolata, che non è circoscritta alla
sola penisola arabica, ma che si estende ad ogni paese del Medio
Oriente e del Nord Africa che soddisfi le seguenti condizioni:
- quella
di appartenere ad uno stato arabofono,ovvero di partecipare alla
cultura araba in senso linguistico
- quella di avere la religione musulmana come dominante numericamente
e culturalmente. Tale condizione può tuttavia risultare un
po’ riduttiva in quanto esclude un folto numero di singoli
musicisti ad esempio cristiani, e non prende inoltre in considerazione
le diverse tradizioni musicali delle chiese orientali (es. copta,ortodossa
ecc.)
- quella di avere usanze tradizioni, costumi arabi che, come vedremo,
influiscono in maniera determinante sull’ambiente musicale
così come una concezione “araba” della famiglia,
della società e del ruolo del musicista in essa.
All’interno di un’area geografica così definita
e che si estende dalla penisola arabica fino all’estremo del
Marocco, pur riscontrando differenze nello stile,nella terminologia,
nella definizione rispetto ai modi,nella predilezione per alcune
scale rispetto ad altre, esiste una sostanziale omogeneità
ed una tradizione unitaria, elaborata e costruita in modo costante
nel corso dei secoli che si è progressivamente arricchita
con il contributo di culture musicali che l’Islam ha incontrato
nel corso della sua espansione (Spagna, India, Africa, Balcani)
e per l’influenza ancora più determinante della scuola
turca e persiana, considerate “sorelle” di quella araba.
Di eredità persiana sono infatti l’introduzione di
alcune scale musicali, strumenti e termini tecnici.
Questa omogeneità è confermata dall’adozione
in tutto il mondo arabo degli stessi sistemi di scale, forme di
scale, procedimenti di improvvisazione, tecniche compositive, prassi
di esecuzione, struttura dei gruppi e complessi musicali, formule
ritmiche e soprattutto dalla comunanza di idee e concezioni sulla
musica e su musicisti e cantanti che accomuna il Maghreb con quella
vasta porzione di mondo che arriva fino all’Arabia Saudita.
Le caratteristiche distintive della tradizione musicale araba sono
strettamente legate all’ambiente culturale di cui essa è
il prodotto.
La lingua araba è di per sé stessa dotata di musicalità
e nella sua struttura rivela una spiccata attitudine al ritmo; la
presenza di prefissi, raddoppiamenti, ripetizioni, la rendono infatti
adatta ad essere recitata. Ed infatti la poesia si sviluppò
nell’antica Arabia assai precocemente rispetto alla prosa;
il Corano viene per lo più recitato e cantato con intonazioni
di voce, pause e sospensioni che seguono un andamento ritmico e
musicale ben preciso. La linearità che contraddistingue l’andamento
melodico e sembra escludere ogni intento descrittivo, è collegabile
al particolare contesto culturale espresso dalla religione musulmana
e trova analogie in altri campi artistici; nelle arti figurative,
ad esempio, il divieto di rappresentare figure animate ha sviluppato
al massimo l’idea astratta; lo spazio, che si apre e si dilata,
sembra perdere una consistenza reale disperdendosi in linee e contorni
attraverso infinite variazioni del particolare che viene ripetuto
quasi ossessivamente. Simmetria e ripetizione sono le caratteristiche
predominanti di una visione della realtà che esalta e riflette
la perfezione del proprio creatore e nello stesso tempo esalta l’indefinito,
il trascendente e quello che è inesprimibile in termini naturali
ed umani.
In nessuna forma artistica è presente un’idea di gerarchia
o sviluppo, a questa si preferisce una successione di forme e motivi.
Così anche nell’esecuzione musicale è assente
l’idea di un nucleo centrale, non si raggiunge un acme, ma
si attraversa piuttosto una successione di momenti e stati d’animo
corrispondenti. Per tale motivo si può suggerire di ascoltare
un brano musicale nella stessa maniera in cui si guarderebbe un
arabesco: soffermandosi sul gusto per il particolare, sulle innumerevoli
rifiniture e decorazioni che costituiscono l’essenza di entrambe
queste espressioni artistiche, e non un inutile dettaglio,senza
le quali non coglieremmo la vera espressione artistica.
Importanza non trascurabile nell’evoluzione artistica della
musica araba ha avuto inoltre il fattore ambientale: l’impronta
sonora, data dagli strumenti utilizzati, l’atmosfera emotiva
che viene evocata, l’uso di particolari risonatori vocali,
la scelta di determinate tecniche strumentali, la preferenza di
alcuni materiali con precise caratteristiche fisiche ed acustiche
per la costruzione degli strumenti ci ricordano che questa musica
nasce nel deserto e, nonostante si sia successivamente evoluta anche
in un ambiente cittadino e cortigiano, ne conserva lo spirito e
l’impronta caratteristica.
La musica araba si contraddistingue per la spiccata capacità
improvvisativa, che porta spesso a far coincidere il momento della
composizione con quello dell’esecuzione: il musicista crea
sulla base di un suo stato emotivo che entra in relazione, viene
condiviso ed arricchito da quello degli ascoltatori che possono
con la loro risposta indirizzare ad una nuova interpretazione.
Per questo motivo è difficilmente conservabile e riproducibile
in quanto ogni esecuzione diventa una nuova creazione che non segue
necessariamente lo stesso andamento di quella precedente.
La produzione discografica nel pur meritevole tentativo di conservare
e rendere disponibile un repertorio che rischierebbe la completa
estinzione, ha tuttavia privato questa tradizione musicale di una
delle sue caratteristiche fondamentali, quella della partecipazione
“dal vivo”, condizione fondamentale del momento creativo.
Di conseguenza anche la musica araba rischia di perdere il suo grande
valore di risposta corale e collettiva alle situazioni emotive che
è stato in passato una ragione essenziale del suo esistere;
i musicisti, condizionati dalle richieste di mercato, vincolati
alle esigenze commerciali ed ai tempi di una registrazione, sono
molto più limitati nelle loro possibilità di espressione
che,definitivamente fissate in un disco o CD, perdono il fascino
dell’interpretazione dal vivo.
I brani musicali, tramandati oralmente per tradizione e per imitazione
diretta del maestro da parte dell’allievo, vengono ora scritti
sul pentagramma secondo il sistema occidentale, sacrificando in
ragione della “semplificazione” che ne consegue il valore
e l’importanza degli abbellimenti.
Il sistema musicale arabo è infatti rappresentato, per quanto
riguarda l’organizzazione delle altezze dei suoni, in modo
empirico: le note altro non sono che i suoni prodotti dalla pressione
delle dita sul manico del liuto.
Ogni suono ha un proprio nome che cambia nell’ottava precedente
o successiva; ogni ottava risulta suddivisa in 24 intervalli di
¼ di tono, dove più usato è il ¾ di
tono.
La
musica araba è quindi caratterizzata da una scala non temperata
con intervalli di ¾ di tono (ovvero un tono un po’
“calante”), che trova la sua espressione nel MAQAM (“luogo”),
una forma musicale modale di improvvisazione che ha come sua caratteristica
fondamentale l’esplorazione di questo materiale sonoro con
le relative implicazioni emotive. Esso rappresenta l’universo
sonoro che si esplora, la scala modale sulla quale avviene l’improvvisazione
e l’esecuzione del brano. Improvvisare,nella musica araba,
significa quindi esplorare le possibilità di un maqam.
In questa tradizione che si esprime soprattutto per la presenza
della melodia, è del tutto assente il concetto di ARMONIA;
questo particolare aspetto è stato interpretato come peculiare
del contesto culturale orientale nel quale è assente una
visione razionalistica del mondo e di volontà di controllo
sulla natura da parte dell’uomo che caratterizza invece il
mondo occidentale, nel quale ogni cosa compreso il tempo e di conseguenza
il ritmo viene modificato ed alterato; bisogna considerare che l’ambiente
geografico nel quale questa tradizione musicale si evoluta, non
suggeriva stabilità e compattezza,ma quanto piuttosto precarietà.
Nell’ambiente del deserto la natura detta le leggi ed impone
sottomissione ai suoi ciclici mutamenti, questo esige un adeguamento
anche da parte dell’uomo. La musica mediorientale si presenta
per ciò come un fluire di omofonie e fraseggi, privo di architetture
sonore e di strutturazioni, che riflette il mutevole, l’indefinito,
il vero spirito nomade per il quale ogni momento è a sé
stante e del quale uno dei tratti più affascinanti è
determinato dal contrasto tra melodia e ritmo.
Vi si aggiunge un’elaborata concezione di quest’ultimo,
che costituisce l’unico elemento di coesione che intesse le
diverse parti musicali, diversamente combinabili tra di loro e che
assume anche il ruolo particolare e sconosciuto alla tradizione
occidentale di decorazione ed abbellimento alla stessa melodia.
Nell’ambito
del mondo arabo possiamo distinguere una musica COLTA ed una musica
POPOLARE; la prima è prodotto di una civiltà urbana,
più omogenea in caratteristiche, forme musicali, strumenti.
Essa può schematicamente essere suddivisa in tre grandi filoni
o SCUOLE che si sono differenziate negli ultimi secoli e corrispondono
a tre zone geografiche, relativamente omogenee al loro interno da
un punto di vista culturale e di appartenenza etnica: esse sono
la scuola del Maghreb (che comprende Marocco, Algeria, Tunisia e
Libia),la scuola siro-egiziana (Egitto, Palestina, Giordania, Libano
e Siria), e la scuola irachena (Iraq, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait,
Qatar, Oman e Yemen).
La seconda, ovvero quella popolare, assai più eterogenea
e composita, differisce notevolmente da paese a paese se non addirittura
da un villaggio all’altro; nella cultura musicale popolare
assumono un ruolo principale le componenti etniche non arabe, ovvero
il substrato più antico della popolazione abitante in ogni
singolo paese arabo (nubiani, berberi, cristiani, ebrei…)
sul quale l’Islam si è imposto dando un carattere unitario
alla cultura ufficiale, ma senza poter estinguere completamente
le voci delle minoranze. All’interno della musica popolare
notevoli sono le differenze riguardo agli strumenti, alla ritmica,
all’impostazione del canto, al dialetto usato, che alle volte,
come nel caso dei berberi è una lingua completamente diversa.
Distinguiamo inoltre l’ambito della musica PROFANA dalla musica
RELIGIOSA; quest’ultima, pur avendo molti elementi in comune
con la musica colta differisce soprattutto per le finalità,
che non vogliono essere estetiche ed artistiche ma solamente celebrative
e come tali non rivendicano nessun valore o abilità artistica
per il singolo interprete pur raggiungendo alle volte qualità
di esecuzione eccellenti; essa è legata alle suggestive cerimonie
condotte dai fedeli nelle moschee o praticate da alcune confraternite
e sette religiose,come ad esempio quella dei Sufi: bisogna ricordare
che anche nell’ambito della tradizione popolare trovano spazio
dei rituali che mescolano elementi religiosi islamici con altri
più arcaici e che nei paesi del Maghreb sono parte integrante
e fondamentale nella vita quotidiana,quali quelli delle confraternite
dei Gnawa e dei Jilalah del Marocco e che lo stesso ruolo svolgono
in Egitto le cerimonie Zar ancora oggi diffuse lungo la valle del
Nilo.
Il mondo occidentale guarda con interesse allo studio dell’origine
ed evoluzione della tradizione musicale araba anche per precisi
motivi di documentazione storica; essa infatti ci fornisce preziose
informazioni sulla nostra tradizione medievale antica,offrendoci
la possibilità di formulare delle ipotesi sui suoi successivi
sviluppi.
La
musica araba è infatti il riflesso di una società
di tipo urbano, caratterizzata da un’unità culturale
comune a tutto il Medio Evo, regolata da una medesima concezione
monoteistica.
L’Occidente ha ereditato il bagaglio della tradizione greco-ellenistica
attraverso la mediazione degli arabi, che nell’ambito della
cultura medievale, condividevano con i cristiani le basi del sapere
scientifico.
Comune ad entrambi ed a tutto il mondo medievale era la tendenza
a separare l’aspetto teorico della conoscenza da quello pratico
e che ebbe non poche conseguenze in ambito musicale: da una parte
si formò il gruppo dei “teorici”, impegnati in
complesse digressioni intellettuali; gli arabi concepirono la teoria
musicale come una scienza esatta al pari della matematica e la affrontarono
utilizzando gli stessi strumenti concettuali. Le concezioni pitagoriche
ed aristoteliche divennero l’ossatura delle trattazioni medievali;
l’interesse per la cultura ellenistica spinse teorici quali
AL FARABI e SAFI AD DIN a cercare di adeguare la teoria musicale
araba e la suddivisione degli intervalli ad essa relativa alla concezione
pitagorica. Gli studiosi si persero in laboriosi calcoli e discussioni
sulla suddivisione dell’ottava, arrivando a concludere l’impossibilità
di una sua applicazione pratica. Anche il liuto era tastato secondo
la divisione pitagorica degli intervalli, così come la classificazione
dei modi era data in base a principi cosmologici ed astrologici
che attribuivano ad ognuno di essi differenti proprietà terapeutiche
(fin dal Medio Evo venivano così fissate le basi della moderna
musico-terapia).
Sul fronte opposto rispetto a queste digressioni concettuali si
trovava il folto gruppo dei “pratici”, musicisti, giullari,
danzatori che vivevano della loro arte; essi appartenevano agli
strati più poveri della società; fare della propria
cultura musicale un mestiere era considerato riprovevole e non degno
di un ricco signore, che doveva dedicarsi all’arte per semplice
diletto e non per profani motivi di sopravvivenza.
Si venne così a creare una divisione sempre più marcata
tra teoria musicale e pratica che ha portato in Occidente alla dispersione
di gran parte del materiale di esecuzione,in quanto, essendo trasmesso
oralmente non ha potuto essere salvaguardato.
Diversamente la tradizione araba, pur essendo anch’essa orale,
ha dato alla sua cultura musicale un carattere spiccatamente conservativo,
portando spesso alla cristallizzazione (forse anche eccessiva) di
alcune forme; così,ad esempio, i nomi dei Maqam, come quelli
degli strumenti, sono gli stessi da secoli.
Questi fattori ci portano a considerare la prassi musicale araba
come un valido aiuto nell’interpretazione della sensibilità
musicale del nostro Medio Evo.
Molti strumenti, quegli stessi oggi usati dai musicisti dell’area
araba,sono rintracciabili nelle fonti iconografiche e descrittive
del Medio Evo e sono arrivati in Europa per mediazione degli arabi
ed attraverso la Spagna Andalusa, Bisanzio e le crociate.
Tra essi,ad esempio, il LIUTO, la RIBECA (rabab),la CHITARRA MORESCA,
il SALTERIO (santour) e il TABOR.
Come pure spesso è stata conservata la tecnica dello strumento
e la prassi di esecuzione. La musica occidentale si è successivamente
instradata su posizioni antitetiche rispetto alle premesse medievali,
sviluppando ed elaborando i concetti di polifonia e di armonia,
al contrario dell’Oriente, che si è cristallizzato
in queste antiche strutture, spesso incapace di liberarsi da esse
in modo creativo ed originale.
Per
quanto riguarda possibili fonti di documentazione e materiali di
studio relativi alla musica araba colta, essi sono assai vasti e
complessi.
Le prime opere risalgono all’VIII secolo; tra le più
significative “Il grande libro della musica” di AL FARABI
nel quale sono trattati gli aspetti teorici della trattazione musicale.
Si tratta del più imponente trattato di teoria musicale della
letteratura orientale che include la sintesi di tutte le conoscenze
del tempo in materia di acustica, fisiologia, e psicologia dell’ascolto,
oltre ad esaurienti informazioni riguardo alle differenti teorie
musicali alle quali l’autore aggiunge proprie idee ed innovazioni
che saranno determinanti per il futuro.
La considerazione che la musica ha lo scopo di calmare la fatica
ed accendere le passioni creando e modificando stati emotivi era
già stata elaborata da questo studioso che ancora in epoca
medievale getta le fondamenta della odierna musico- terapia.
L’opera si compone di quattro libri, articolati ciascuno in
due discorsi:
il Libro dell’Introduzione, il Libro degli Elementi, il Libro
degli Strumenti ed il Libro della Composizione che offrono per i
rispettivi argomenti una sintesi delle teorie avanzate dai predecessori
e quelle esposte dallo stesso autore.
Un manoscritto originale di questa importante opera è custodito
presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano.
Altra importante fonte è una imponente opera di 20 volumi
“IL GRANDE LIBRO DEI CANTI” dell’autore di origine
persiana ABU FARAG AL ISFAHANI, frutto di un lavoro di raccolta
e documentazione durato 50 anni che ha prodotto 21 volumi e che
ripercorre la storia del canto arabo dalle origini al decimo secolo,completandola
con i testi delle canzoni più conosciute (una specie di “hit”
dell’epoca!!) e riporta oltre ai commenti tecnici anche vivaci
e dettagliate descrizioni sugli usi e costumi negli ambienti di
corte, arricchiti da dati biografici relativi ai musicisti e cantanti
più apprezzati e con l’aggiunta dei relativi repertori.
Molti altri esponenti di scienza e cultura si occuparono di musica,
tra di essi il grande studioso AL KINDI con il suo “TRATTATO
SULLA COMPOSIZIONE” del IX secolo,del quale la versione più
corretta rimane quella di YOUSUF SHOUQI (1969) e ALI AL KATIB con
il “LIBRO DI PERFEZIONAMENTO DELLA SCIENZA DEL CANTO “
dell’XI secolo.Tra le opere occidentali importante fu la “CARTA
SOBRE LA MUSICA DE LOS ARABES” datata 1787 di JUAN ANDRES
e la “MUSIQUE ARABE” del barone RODOLPHE D’ERLAGER,
imponente opera in 6 volumi dei quali ben quattro sono dedicati
agli autori di trattati dell’antichità (Al Farabi,
Avicenna, Safi Ad Din e Al Ladiqy) pubblicata dopo il Congresso
tenutosi al Cairo nel 1932, evento di importanza storica fondamentale
per la musica araba, durante il quale le più illustri personalità
nel panorama della musica classica europea (tra i quali Bela Bartok)
si riunirono con i più prestigiosi esponenti della tradizione
mediorientale in una specie di “concilio” sulla musica
a simboleggiare un tentativo di apertura e dialogo tra le due diverse
tradizioni.
In questa occasione,che vide una delle prime esibizioni della mitica
cantante egiziana UMM KULTUM, si tentò di fissare alcune
regole riguardo al sistema tonale dando una sistemazione teorica
della musica araba adattabile al sistema di trascrizione europeo,
rispetto alle quali la pubblicazione del Barone riporta le diverse
posizioni e teorie.
LIBERTY
MANIK condusse invece un lavoro di osservazione critica su 15 trattati
medievali risalenti ad un periodo tra l’VIII ed i XIII secolo,nel
quale egli mette a confronto le diverse teorie e spiegando le diversità
di posizioni tra arabi,persiani e turchi riguardo alla ripartizione
dell’ottava in ¾ di tono, non accettata da turchi e
persiani, con il fatto che gli arabi traggono a riguardo ispirazione
e fondamenti teorici da Al Farabi,mentre persiani e turchi da Safi
Ad Din. Nonostante la copiosità di studi e trattati la redazione
di una vera e propria storia della musica araba non fu mai possibile
a causa della carenza di materiale sulla prassi di esecuzione,rispetto
all’abbondanza di materiale critico e biografico.
(la
maggior parte delle informazioni sono state tratte da “La
musica degli arabi” di Hasan Habib Touma)