Chi
naviga sulle nostre pagine avrà avuto modo di imbattersi nell'intervento
di Anahita, che quì riportiamo per intero:
""Vorrei dire qualcosa
a proposito di danza e cultura.
Per chi ancora non mi conosce abbastanza bene vi premetto che sono
iraniana, anche se noi iraniani per via della situazione politica
attuale preferiamo definirci persiani!
Naturalmente voglio parlarvi del mio mal contento riguardo alla
situazione politica mondiale, del coinvolgimento del mio paese
e di quella che è l'opinione
pubblica. Come si può pensare che un paese che è stato una delle
culle della civiltà possa appoggiare dei mullah, dei teocrati che distruggono
la bellezza e la cultura?
A tal proposito vi voglio dire che i persiani sono sempre stati un popolo con
un forte senso estetico e hanno sempre amato l'arte e la danza, anche il poeta
Khaiyam decantava i piaceri del vino, dell'ebbrezza e della danza, così voglio
dirvi che anche l'Iran ha avuto (ed ha) grandiosi ballerini e maestri che sono
oramai esiliati negli Usa.
La grande Jamileh che danzava per Onassis, I maestro Khordadian e madam Jelena...
Essi esistono e continuano la grande tradizione estetica persiana.
Care amiche
il mio messaggio è questo:
non giudicate un popolo intero solo per l'errore di qualche fondamentalista
barbuto e sappiate che sarà proprio il forte desiderio di bellezza
e libertà che è intrinseco in ogni iraniano a cambare le cose.""
Noi, nel nostro piccolo,
non disponiamo delle conoscenze storiche indispensabili per permetterci
di esprimere giudizi sulla cultura di un altro Paese, nè sui suoi indirizzi politici e, tantomeno,
religiosi, nè abbiamo l'esperienza personale (che invece Anahita
ha) che porta ad una profonda sensibilità per la mancanza di quel
bene prezioso, seppur intangibile, che è il riconoscersi
nella cultura comune di un popolo.
Quello che ci ha colpito,
profondamente, è il
messaggio che Anahita lancia: quell'invito a non
giudicare un popolo intero per l'errore di qualcuno.
Ovviamente, siamo d'accordo
con lei.
Ma, ci siamo chiesti e vi chiediamo: quante volte, nella nostra
vita, quella piccola (o grande!) di tutti i giorni, ci troviamo
nella condizione di prendere posizioni drastiche, fra bianco e
nero, magari influenzati dalle, dolose o meno, ma sempre colpevoli,
posizioni dei media? Su quanti argomenti diventiamo, talvolta nostro
malgrado, "fondamentalisti" senza aver prima analizzato
a fondo i temi, cercando magari di mettere in discussione anche
quello che pare evidente?
Questo esercizio di "necessità di analisi" non
vuol dire amore del dubbio fine a se stesso, anche se il dubbio,
quando è "apertura", non è poi così male: certo talvolta "destabilizza",
ma siamo così sicuri che l'equilibrio della certezza, se essa è indotta,
non sia altrettanto pericoloso?
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